I rapporti tra la revocatoria fallimentare e il codice antimafia

Con l’entrata in vigore del D.lgs. n. 159/2011 (c.d. codice antimafia), il legislatore ha delineato un confine (molto discusso in dottrina e giurisprudenza) tra i procedimenti di prevenzione (sequestro e/o confisca) e il fallimento, quando entrambe le procedure insistono sui medesimi beni.

Ebbene, con tale intervento legislativo è stato codificato il principio della prevalenza dei procedimenti di prevenzione rispetto al fallimento.

Tra gli aspetti più importanti che scaturiscono dall’applicazione di tale principio vi è senza dubbio la legittimazione, in capo all’amministratore giudiziario, di proporre azioni revocatorie fallimentari con gli effetti di cui all’art. 70 l. fall. nel caso in cui tali azioni abbiano ad oggetto atti, pagamenti o garanzie concernenti i beni oggetto di sequestro.

In ordine alle conseguenze di tale aspetto è bene fare un approfondimento.

Le disposizioni di cui agli artt. 63, comma 8, e 64, comma 8, del D.lgs. n. 159/2011 (che disciplinano rispettivamente il sequestro anteriore e posteriore alla dichiarazione di fallimento), prevedendo che a seguito della dichiarazione di inefficacia i beni oggetto dell’atto revocato sono sottoposti agli effetti del sequestro e della confisca, sostanzialmente alterano la funzione tipica dell’azione revocatoria.

Infatti, se nella sua funzione tipica, l’azione revocatoria ha come scopo il ripristino della par condicio creditorum, in tale contesto diventa strumento utile per ricostruire retroattivamente il patrimonio del fallito.

Pertanto, la revocatoria esperita dall’amministratore giudiziario andrà a colpire beni (chiaramente non sottoposti a misure di prevenzione) oggetto di atti dispositivi lesivi della par condicio creditorum che, in quanto tali, debbono essere comunque appresi al patrimonio fallimentare. Ebbene, a tal proposito, gli effetti del sequestro e della confisca si estendono ai beni oggetto dell’atto dichiarato inefficace, determinando in questo modo un ampliamento ex lege dell’efficacia del sequestro e della confisca stessi.

Tale effetto estensivo determina quindi la sottoposizione a sequestro, ed eventualmente a successiva confisca, del bene che di conseguenza fuoriesce in maniera definitiva dal patrimonio o dalla garanzia del terzo; ciò a prescindere dalla circostanza che venga successivamente disposta la liquidazione dello stesso bene per il soddisfacimento dei creditori. Si tratta di una rilevante differenza rispetto agli effetti prodotti dall’accoglimento dell’azione revocatoria fallimentare con legittimazione in capo al curatore in quanto, laddove il fallimento si chiuda senza la liquidazione del bene, il bene medesimo dovrebbe essere restituito al terzo revocato.

Secondo quanto si evince dal disposto di cui all’art. 63, comma 8, D.lgs. n. 159/2011, l’amministratore giudiziario è legittimato ad agire anche per la revoca degli atti a titolo gratuito (art. 64 l. fall.) nonché per i pagamenti di cui all’art. 65 l. fall.

Tuttavia, in ordine agli atti a titolo gratuito, il comma 2 dell’art. 64 l. fall. stabilisce che “I beni oggetto degli atti di cui al primo comma sono acquisiti al patrimonio del fallimento mediante trascrizione della sentenza dichiarativa di fallimento”.

Ebbene, in virtù di tale disposizione, è evidente la non necessarietà dell’azione revocatoria dal momento che i beni oggetto dell’atto dispositivo a titolo gratuito sono appresi direttamente all’attivo del fallimento attraverso la trascrizione della sentenza dichiarativa. Piuttosto, ciò che andrà effettivamente verificato è se l’apprensione all’attivo fallimentare dei beni, in virtù della trascrizione della sentenza di fallimento, possa determinare automaticamente la conversione in sequestro ai sensi dell’art. 63, comma 8, D.lgs. n. 159/2011.

Infine, per ciò che concerne ancora gli intrecci tra la normativa antimafia e la legge fallimentare, da segnalare è senz’altro l’ipotesi in cui venga dichiarato il fallimento dell’imprenditore la cui azienda sia stata sottoposta per intero a sequestro, prima o dopo la dichiarazione di fallimento. In una simile ipotesi, l’amministratore giudiziario sarà legittimato ad esperire (o proseguire) le possibili azioni revocatorie; tuttavia, in caso di coincidenza totale dei beni ricompresi nella massa attiva del fallimento e nel sequestro, il tribunale dovrà procedere alla chiusura del fallimento stesso con decreto ex art. 119 l. fall., dopo aver sentito il curatore ed il comitato dei creditori.

Diversamente, ulteriore ipotesi di rilievo è quella avente ad oggetto il fallimento dell’imprenditore e il successivo sequestro riguardante però soltanto alcuni beni del fallito e non la totalità degli stessi.

In tal caso, l’amministratore giudiziario sarà legittimato ad esperire azioni revocatorie aventi ad oggetto atti dispositivi, pagamenti o garanzie connessi esclusivamente ai beni sottoposti a sequestro. Pertanto, in tale ipotesi, nulla esclude una legittimazione concorrente, ripartita tra il curatore, per le ipotesi “ordinarie”, e l’amministratore giudiziario per il caso appena delineato.

In conclusione, nell’eventuale caso di revoca del sequestro o della confisca, appare logico, anche se non esplicitamente previsto negli artt. 63 e 64 del D.lgs. 159/2011, il venire meno della legittimazione attiva dell’amministratore giudiziario con conseguente subentro del curatore ope legis.

Ottavio Continisio – o.continisio@lascalaw.com

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