Quantum della domanda: quando la clausola è solo di stile

Con la sentenza in commento la Cassazione delinea nuovamente i confini in tema di interpretazione delle clausole indeterminate nel quantum comunemente utilizzate negli atti processuali, quali ad esempio quelle contenenti il riferimento a “quella somma che verrà determinata e quantificata nel corso del giudizio, o ritenuta di giustizia”.

In particolare, richiamando i propri precedenti, la Suprema Corte sottolinea che – se è ammissibile l’indicazione nella domanda introduttiva di formule generiche in ordine alla quantificazione delle pretese delle parti – in caso di reiterazione in sede di precisazione delle conclusioni, la loro valutazione da parte del Giudicante necessita di un approfondimento.

Se, infatti, all’esito del giudizio l’incertezza in merito alla valore della domanda viene meno a seguito dello svolgimento di istruttoria, ad esempio per l’espletamento della CTU, tali clausole si rivelano di mero stile, in quanto richiamano una situazione di incertezza che è in realtà venuta meno  nel corso del giudizio.

Al contrario, come è avvenuto nel  caso di specie avente ad oggetto la richiesta di risarcimento del danno non patrimoniale per la perdita di entrambi i genitori a seguito di sinistro stradale, la situazione di incertezza nel quantum insita nella natura stessa del danno patito e di cui si chiede il ristoro non è venuta meno neanche all’esito dell’istruttoria.

Per tale ragione, la reiterazione della formula generica in sede di precisazione delle conclusioni deve intendersi come espressione della volontà della parte di rimettersi al potere liquidatorio del Giudice, senza porvi limitazioni, e non come una mera forma stilistica: proprio alla luce di ciò, la liquidazione operata da Giudice non potrà essere affetta da vizi di ultrapetizione.

Cass., Sez. III Civ., 26 settembre 2017, n. 22330

Chiara Gennaro – c.gennaro@lascalaw.com

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