Pubblicità ingannevole ed appropriazione di pregi altrui

Cass., Sez. VI, 24 novembre 2015 (leggi l’ordinanza)

Recentemente, la Corte di Cassazione si è espressa su un interessante caso di appropriazione di pregi altrui e di concorrenza sleale derivante dall’uso improprio della pubblicità da parte di una nota impresa commerciale operante nel “milanese”.

In particolare, tale società, la PLM S.r.l., aveva avviato una campagna pubblicitaria nei confronti degli affiliati commerciali della catena di franchising JLD (Jean Louis David). Nei messaggi promozionali inviati a costoro, la PLM non solo si era appropriata abusivamente del marchio JLD sfruttandone abusivamente la notorietà ma aveva anche attribuito ai propri prodotti qualità e pregi propri della società concorrente suscitando nei destinatari, di fatto, la sensazione che i prodotti commerciali rispettassero alti standard qualitativi. A ciò si deve aggiungere che la licenziataria in esclusiva del marchio JLD per l’Italia era un’altra società: la Corani&Partners S.p.A..

Così facendo, la PLM era riuscita ad accreditare i propri prodotti presso la clientela senza sforzi d’investimento e, dunque, in modo parassitario. Sulla base di ciò, la Corani&Partners, nella sua qualità di licenziataria esclusiva, citava dinanzi al Tribunale di Milano la PLM per concorrenza sleale ottenendo sentenza positiva sia in primo che in secondo grado. La PLM, soccombente, ricorreva per Cassazione lamentando che l’interpretazione dei giudici di merito dell’art. 2598, relativo alla concorrenza sleale, comporterebbe, come corollario, la creazione di uno strumento legale potenzialmente capace di favorire la creazione di monopoli o cartelli d’imprese, in grado di escludere dal mercato qualsiasi concorrente che intenda competere con il marchio noto.

I giudici della Suprema Corte hanno osservato che «la concorrenza sleale per appropriazione dei pregi dei prodotti o dell’impresa altrui (art. 2598, n. 2, cod. civ.) non consiste nell’adozione, sia pur parassitaria, di tecniche materiali o procedimenti già usati da altra impresa (che può dar luogo, invece, alla concorrenza sleale per imitazione servile), ma ricorre quando un imprenditore, in forme pubblicitarie od equivalenti, attribuisce ai propri prodotti od alla propria impresa pregi, quali ad esempio medaglie, riconoscimenti, qualità indicazioni, requisiti, virtù, da essi non posseduti, ma appartenenti a prodotti od all’impresa di un concorrente, in modo da perturbare la libera scelta dei consumatori». Difatti, la ratio sottesa all’art.2598, n. 2, cod. civ. è proprio quella di fornire uno strumento di tutela per la società/impresa danneggiata da un uso sleale ed improprio del mezzo pubblicitario.

In tal senso, il corretto utilizzo degli strumenti concorrenziali assurge al rango di valore supremo nelle logiche ordinamentali del mercato (secondo i giudici di Cassazione, «un valore-strumento per il benessere sociale»).

Per i motivi sopra esposti, gli ermellini hanno respinto il ricorso della ricorrente (convenuta) condannandola, al contempo, al pagamento delle spese processuali sostenute dalla controricorrente.

15 gennaio 2016

Franco Pizzabioccaf.pizzabiocca@lascalaw.com

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche

Testo elaborato dalla Commissione per i diritti e i doveri in Internet costituita presso la Camera d...

Diritto Industriale

Second Board of Appeal EU, 25 febbraio 2015, caso R 1856/2013-2 (leggi la sentenza) La Seconda Comm...

Diritto Industriale

Corte di Giustizia UE, Causa Hejduk, C-441/13 (leggi la sentenza) La diffusione ed affermazione d...

Diritto Industriale