Prevedibilità del default parmalat: sui tempi in cui si palesavano “problemi” la giurisprudenza cambia orientamento

App. Roma, 13 gennaio 2014, n.178 (leggi la sentenza per esteso)

Con sentenza n. 178 del 13 gennaio 2014, la Corte d’Appello di Roma ha respinto l’appello proposto da parte di un investitore che aveva negoziato titoli obbligazionari emessi dalla Parmalat, giungendo ad affermare che i rischi di insolvenza dell’emittente si erano palesati sul mercato solo verso la fine dell’anno 2003, mentre in epoca antecedente – anche per le agenzie di rating – il titolo poteva considerarsi con un rischio basso di insolvenza.

I Giudici del gravame, nel confermare la pronuncia di primo (e rifacendosi alla relazione peritale disposta in sede di prime cure), affermano che: “il rating attribuito ai titoli Parmalat era il più basso tra quelli che le società di valutazione ritengono solvibili, rinviando alla tabella allegata all’elaborato nella quale si indicava il rischio di insolvenza legato al rating “BBB meno” che era quantificato in misura pari al 0,39%. In definitiva, quindi, non sembra potersi rinvenire una reale contraddizione tra quanto riferito dal teste e le risultanze della consulenza tecnica espletata nel corso del giudizio di primo grado; si trattava, indubbiamente, di titoli obbligazionari dalle prospettive di rischio non cerio irrilevanti ma che, al contempo, non avevano palesato, sino a quel momento, problemi particolari che, invece, si sarebbero palesati soltanto alla fine dell’anno successivo, ovvero tra il novembre ed il dicembre del 2003 (cfr., sul punto, Corte App. Napoli 4.11.2010, rinvenibile su in “Il Caso.it” secondo cui “non viola il dovere di diligenza l’intermediario che solleciti l’acquisto di obbligazioni Parmalat, prive di rating e non quotate sui mercati regolamentati ed emesse da società estere, in quanto il default del gruppo Parmalat si è rivelato inatteso e verosimilmente imprevedibile anche per una banca di provincia”).”.

Tale decisione riporta alla luce, dunque, la questione dell’effettiva possibilità da parte dell’intermediario finanziario di prevedere l’insolvenza dell’emittente strumenti finanziari, il cui presupposto si pone come elemento fondamentale anche per l’informativa “attiva” dovuta in favore dell’investitore, considerato che parte della Giurisprudenza di merito – pur non indicando specificamente il periodo in cui era prevedibile il rischio di insolvenza dell’emittente – indicava, comunque, momento spartiacque la fine dell’anno 2002: “all’epoca degli acquisti (tra l’ottobre 2000 e l’ottobre 2002) non risultava prevedibile il successivo tracollo, intervenuto soltanto nel dicembre 2003 e sulla base d’irregolarità, distrazioni e ammanchi resi possibili da accorgimenti contabili di natura truffaldina e precisamente intesi a occultarne e ritardarne la rilevazione da parte delle autorità e degli organi di controllo” (cfr Corte d’Appello di Milano, 8-10-2013, n. 3668, commentata in http://iusletter.com/prevedibilita-dellinsolvenza-da-parte-dellemittente-ed-oneri-probatori-dellinvestitore).

Meritevoli d’attenzione sono poi le successive valutazioni (o conferme) che la Corte d’Appello capitoli dà in ordine all’inesistenza di una negoziazione in conflitto di interessi nel caso di acquisto in “contropartita diretta” dei titoli (cfr Cass. Civ., Sez. I, 22-12-2011, n. 28432), nonché riguardo alla insussistenza di violazione dell’obbligo di valutazione di non adeguatezza degli investimenti in base alla valutazione complessiva del patrimonio dell’investitore ed alla propensione al rischio manifestata attraverso l’effettiva operatività in strumenti finanziari disposta per il tramite della Banca.

5 marzo 2014

(Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com)

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