Il potere del Giudice d’Appello conosce confini

L’Ordinanza in commento riconosce dignità al principio su cui poggia l’intero sistema normativo del codice di procedura civile ovvero l’art. 112 c.p.c. La Suprema Corte infatti, censurato l’operato del Giudice dell’Appello nella parte in cui si è spinto ultra petita, afferma la necessità di attribuire esclusivamente all’appellante la facoltà di definire, in termini di specificità, i confini dell’impugnazione. Si circoscrive così il vaglio del Giudice dell’appello che potrà conoscere della causa di primo grado solo nel perimetro dei capi e/o punti della sentenza impugnata in conformità al cosiddetto “effetto devolutivo”, art. 342 e 346 c.p.c., e nondimeno al “giudicato interno”.

  1. Di seguito la vicenda processuale.

Con atto di citazione due mutuatari hanno convenuto in giudizio un Istituto di credito bancario lamentando la illegittima segnalazione al CRIF determinata dal mancato pagamento di una rata del mutuo ipotecario. Orbene, la domanda degli attori si è spiegata nella richiesta di risarcimento del danno, con istanza di determinazione in via equitativa ex art. 1226 c.c..

Nello specifico, gli attori, provato il pagamento della rata contestata, hanno dedotto l’esistenza del danno dal diniego di finanziamento subito a causa della detta segnalazione.

Avverso la sentenza del Tribunale di Roma che ha riconosciuto il danno e lo ha determinato in via equitativa, ha proposto appello l’Istituto di credito. Ebbene, l’appellante si è limitato a contestare l’ammontare del risarcimento senza prendere posizione né sul pagamento della rata del mutuo, posto a base della segnalazione alla centrale rischi, né sull’esistenza in sé del danno prodotto. Ciò posto, nonostante la accertata responsabilità della Banca, il Giudice d’Appello ha accolto le doglianze dell’appellante e ha disposto la restituzione delle somme assegnate dal Giudice di prime cure sul presupposto che gli attori non avrebbero fornito congrui ed idonei elementi per la determinazione del danno.

La Corte di Cassazione, adita dai mutuatari, ha cassato con rinvio la sentenza di secondo grado con la seguente argomentazione: la Corte d’Appello, pur avendo accertato la responsabilità della Banca appellante per la illegittima segnalazione alla Centrale Rischi, ha ritenuto che la sentenza impugnata dovesse essere riformata con riguardo alla liquidazione del danno effettuata dal Tribunale in via equitativa, giudicando così su una questione intorno alla quale si era, ormai, formato il giudicato interno. In altri termini, secondo la Suprema Corte, il Giudice del gravame si è spinto ultra petita e ha esteso il giudizio sul diritto al risarcimento del danno dei ricorrenti pur non essendo lo stesso mai stato contestato dalla Banca.

In conclusione, emerge il principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato declinato altresì nella necessità di chiedere, provare ed eccepire già in primo grado tutte le possibili contestazioni e di riproporle in sede d’appello con il conseguente effetto devolutivo, con specificità dei capi e/o punti delle parti della sentenza da riformare, onde evitare la rinuncia alle “eccezioni” non proposte.

Cass., Sez. II Civ., 26 marzo 2018, n. 7469

Francesco Gisonni – f.gisonni@lascalaw.com

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