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Più regole e tassi in salita le banche italiane fuggono dai Btp

Da una parte gli inviti delle autorità europee, dall’altra le esigenze di quelle italiane. Sullo sfondo, la fine del Quantitative Easing (per quanto spostato in avanti) e il potenziale peggioramento dello spread con i Bund tedeschi. In mezzo le banche, che a loro volta hanno convenienze diverse, a seconda della composizione dei rispettivi portafogli e delle strategie sugli impieghi.
Sta di fatto che il 2017 potrà essere incorniciato come l’anno del grande boom di Piazza Affari (soprattutto per le piccole e medie società) e quello altrettanto massiccio della ritirata delle banche dai titoli di Stato. A fine dicembre, come attesta Bankitalia, nei forzieri del sistema creditizio c’erano meno titoli di Stato oltre 50 miliardi rispetto a dodici mesi prima. I bilanci delle singole banche raccontano, con le dovute differenze, la stessa storia: i primi sei gruppi italiani hanno venduto Btp e dintorni per poco meno di 20 miliardi.
Ma cosa c’entrano le autorità europee? Le ragioni addotte fuori dai microfoni – fanno capo in larga misura alla moral suasion che l’Europa, in senso ampio, ha compiuto in quest’ultimo anno rispetto alle banche comunitarie. Ma ancora una volta, l’Italia con suo carico di titoli di Stato nei forzieri delle banche, si è trovata in prima fila. Ebbene, il consiglio è di limare l’esposizione in titoli di Stato, pur in assenza di un vincolo di legge che i tedeschi caldeggiano, per interrompere il potenziale circolo vizioso tra rischio sovrano e rischio bancario. La ponderazione del rischio dei titoli di Stato – negli attivi delle banche – per il momento non c’è e magari non ci si arriverà mai, ma nel frattempo l’invito è ad alleggerire un po’ le posizioni. Fino a un’esposizione ideale – secondo alcune fonti vicina alla metà del portafoglio complessivo. Anche perché, altra argomentazione cara alla vigilanza, le banche devono puntare a ridurre la volatilità dei portafogli. E una eccessiva concentrazione – su una singola categoria – aumenta i rischi. Non solo, anche in occasione degli stress test dell’Eba un’eccessiva concentrazione diventa a sua volta penalizzante.
Insomma, da qualsiasi parte la si guardi, il dimagrimento dei portafoglio in titoli di Stato ha mille ragion d’essere. Non ultime quelle di mercato: la corsa alla riduzione dello spread è arrivata al capolinea, secondo tutti, quindi tanto vale vendere un po’. E’ vero che le ricche cedole garantite dai Btp non hanno eguali – e questo porta linfa all’esangue margine di interesse delle banche – ma il rischio di dover contabilizzare le cosiddette “riserve negative di patrimonio” è crescente. Infine c’è un’ultima considerazione, addotta dalle banche: rispetto ai momenti più neri della crisi, c’è più convenienza (e l’attitudine) a prestare soldi alla clientela; insomma, più impieghi e meno liquidità “immobilizzata” nel portafoglio titoli.
L’altra faccia della medaglia, ovviamente, è la contrarietà delle autorità italiane alle vendite di titoli di Stato: l’enorme stock di debito pubblico non consente di veder dimagrire troppo le massicce e generose campagne acquisti dei principali acquirenti – insieme alle famiglie – di Bot e Btp. Né vendite troppo sostenute, con il rischio di contribuire all’ampiamento dello spread con i Bund tedeschi, con la conseguenza di dover pagare più interessi sui titoli di Stato di nuova emissione.
Il punto di equilibrio, praticamente raggiunto per esempio da Intesa e Unicredit, è di avere un’esposizione ai titoli italiani vicina al 50% del portafoglio complessivo dei titoli governativi. Altri, come Banco Bpm, si sono dati l’obiettivo di arrivare ad un’esposizione pari al 30% dei governativi esteri, ma nei prossimi anni perseguiranno la strategia comprando più titoli di Stato stranieri, non vendendo Btp. Altri ancora – Ubi – contano di arrivare a fine piano industriale, nel 2020, ad un portafoglio di attività finanziarie complessive in calo di circa un miliardo e mezzo. Con un dimagrimento più marcato dei Btp.

Vittoria Puledda

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