Più debiti garantiti da un unico pegno: sì alla revocabilità dell’atto costitutivo

La Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi sulla esclusione o meno della declaratoria di inefficacia dell’atto costitutivo di garanzia ipotecaria e di pegno, ha ribadito che l’esistenza di una pluralità di debiti garantiti da un medesimo ed unico pegno non osta alla revocabilità di detto pegno, ove ne ricorrano le condizioni anche con riferimento ad uno solo dei debiti garantiti, perché la garanzia opera per intero con riguardo a ciascun debito.

Pertanto, la revocabilità dell’atto di costituzione di pegno non può che investire tale atto nella sua interezza, per ciò stesso privando la banca del diritto di trattenere l’oggetto del pegno e di soddisfare su di esso le proprie ragioni creditorie, destinate invece a trovare collocazione nell’ambito del passivo chirografario della procedura concorsuale.

Nel caso di specie una società finanziaria posta in amministrazione straordinaria presentava ricorso per Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello di Catania  che aveva rigettato l’appello presentato dalla stessa società avverso la decisione del Tribunale di primo grado che aveva escluso la declaratoria di inefficacia  dell’atto costitutivo di garanzia ipotecaria e di pegno già iscritti in favore della banca, oggetto di domanda riconvenzionale della procedura e dunque con credito riconosciuto come assistito dalle cause di prelazione, così modificando l’ammissione al passivo della ricorrente, in accoglimento dell’opposizione spiegata dalla banca.

La Corte di Cassazione con la suddetta ordinanza ha ritenuto che, la Corte d’Appello nel ritenere corretta la sentenza di rigetto della domanda riconvenzionale di revocatoria, esercitata dai commissari della ricorrente ai sensi dell’art. 2901 c.c., si sia erroneamente pronunciata sul presupposto del difetto di prova degli elementi dell’azione.

Difatti, quanto all’eventus damni, la Suprema Corte ha evidenziato come l’incidenza complessiva sul patrimonio della debitrice dell’ipoteca volontaria e del doppio pegno di quote, iscritti (o rinnovati) quale riflesso di una convenzione interbancaria che conduceva a consolidare il passivo di un gruppo di società, moltiplicando in modo abnorme il passivo della debitrice ricorrente, costituisce circostanza in sé non contestata.

Sul punto i giudici hanno richiamato l’orientamento, ormai consolidato, secondo cui: “nell’azione revocatoria ordinaria il pregiudizio arrecato alle ragioni del creditore consiste nell’insufficienza dei beni del debitore a offrire la garanzia patrimoniale, essendo irrilevante una mera diminuzione di detta garanzia; essendo invece rilevante ogni aggravamento della già esistente insufficienza dei beni del debitore ad assicurare la garanzia patrimoniale”.

Secondo la Cassazione, nel caso di specie, l’eventus damni, appare piuttosto idoneamente espresso nel richiamo integrale alla vicenda d’iscrizione della garanzia reale e dei pegni di quote sociali e della rispettiva contestuale deduzione entro una più ampia intesa, con un pool di banche, della ricorrente, secondo ingenti proporzioni di impegno (estese ad altri atti di garanzia personale), e dunque di peggioramento della composizione qualitativa e materiale del patrimonio della debitrice.

Sulla base di dette considerazioni la Suprema Corte ha accolto il ricorso presentato dalla società finanziaria posta in amministrazione straordinaria, al fine di garantire il ripristino della par condicio creditorum.

Cass., Sez. I Civ., 26 febbraio 2018, n. 4506

Ilaria Termine – i.termine@lascalaw.com

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