Perdita negli investimenti e diritto al risarcimento del danno: è questione di prova

La Suprema Corte torna ad esaminare l’art. 23 del Testo Unico della Finanza e, con continuità rispetto al proprio precedente orientamento (cfr Cass. Civ., Sez. I, 19-8-2016, n. 17194), conferma che l’“inversione dell’onere della prova” necessita innanzitutto della specificità delle allegazioni dell’attore in merito all’inadempimento contrattuale imputato all’intermediario finanziario, nonché la prova del danno.
In particolare, la Corte di Legittimità – chiamata a pronunciarsi su ricorso presentato da un investitore, all’esito di due gradi di merito sfavorevoli – veniva investita dell’esame di tre motivi di ricorso che riguardavano, congiuntamente tra loro, la responsabilità dell’intermediario finanziario rispetto all’adempimento informativo riguardo alla compravendita di strumenti finanziari speculativi.

La pronuncia (Cass. Civ., Sez. I, 3-10-2016, n. 19690) pone in evidenza innanzitutto che “l’inversione dell’onere della prova di cui al predetto articolo 2[3] TUF, diversamente da quanto sostiene il ricorrente, se esige da parte dell’intermediario la prova di aver agito con la diligenza dovuta, non esime certo il cliente dalla necessità di provare il nesso di causalità tra comportamento illegittimo e danno occorso”, così confermando che in alcun modo può dirsi provato il nesso causale in re ipsa nel caso di perdite relativamente ad investimenti in strumenti finanziari.

Inoltre, riguardo all’onere di specifica allegazione, il Collegio ricorda che “l’investitore è tenuto ad indicare quali operazioni gli abbiano arrecato danno e non può sopperirvi con una richiesta del tutto generica ( al riguardo, tra le altre Cass. N. 10043 del 2004 )”.
Mancando sia l’allegazione specifica riguardo al dedotto inadempimento contrattuale, riferito alle singole operazioni di investimento che il ricorrente ritiene abbiano determinato un danno patrimoniale, sia la prova del nesso causale, il ricorso viene rigettato con condanna al pagamento delle spese del grado di giudizio.

Cass., Sez. I, 3 ottobre 2016, n. 19690 (leggi la sentenza)

Paolo Francesco Brunop.bruno@lascalaw.com

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