Il parere milanese sull’usura

Il Tribunale di Milano, in una recente pronuncia, ripercorre e delinea i contorni delle più frequenti contestazioni, in punto di usura, che i mutuatari avanzano in giudizio nei confronti degli Istituti di Credito eroganti i finanziamenti, ritenendole prive di fondamento.

In primo luogo, il giudice meneghino chiarisce che le Istruzioni che la Banca d’Italia impartisce agli intermediari creditizi, seppur la loro natura ed efficacia costituiscano questioni controverse, debbono considerarsi pienamente attendibili. Seguendo un excursus logico ineccepibile, infatti, ribadisce che tali Istruzioni rispondono all’esigenza di avere a disposizione dati omogenei nel raffronto e rappresentano norme tecniche previste ed autorizzate dalla disciplina regolamentare.

Sebbene il giudice non sia vincolato al rispetto di tali Istruzioni quali fonti di diritto, occorre “essere consapevoli che, tenuto conto della complessiva struttura della disciplina antiusura e del peculiare ruolo in essa attribuito a dette Istruzioni, un eventuale calcolo del TEG applicato ad un determinato rapporto bancario effettuato in modo difforme rispetto alle Istruzioni in parola condurrebbe ad un risultato inattendibile e, dunque, in ultima analisi ingiusto”; prosegue così il Tribunale: “evidente è altresì il fatto che il calcolo del TEG operato di volta in volta secondo differenti formule matematiche, oppure computando oneri diversi, pregiudicherebbe seriamente la certezza della normativa di settore e la prevedibilità delle decisioni giudiziarie (…). Non si ravvisano dunque gli estremi per disattendere o disapplicare dette Istruzioni”.

Il Tribunale di Milano, come già avvenuto in passato, ha colto l’occasione per sconfessare nuovamente la validità giuridica, in primis, e logica del c.d. T.E.MO. (Tasso Effettivo di Mora), statuendo che si tratta di un’operazione sconosciuta alla normativa, sia primaria che regolamentare, che non ha alcuna attendibilità, conducendo ad un risultato privo di significato.

I consulenti di parte, infatti, cercano di applicare – per analogia – la formula utilizzata per il calcolo del TAEG, senza rendersi conto che una siffatta scelta comporta la creazione di un indice slegato dalla regolamentazione di settore e frutto unicamente della loro fantasia. Il conteggio del TAEG, infatti, è riferito al momento della pattuizione e “richiede la conoscenza in via anticipata degli interessi da pagare e ciò non è evidentemente possibile per quelli di mora, dei quali non si conosce ex ante né la base di calcolo, né la durata. La pretesa, quindi, di calcolare un tasso effettivo di mora al momento della conclusione del contratto di mutuo non solo non ha alcuna base normativa, ma è intrinsecamente impossibile ed assolutamente priva di attendibilità”.

Pertanto, risulta del tutto arbitrario ipotizzare un pagamento del mutuatario ad una certa data, in ritardo rispetto ad una determinata scadenza contrattuale, e calcolarne il relativo TAEG, comprendente anche la mora così maturata e pagata, risolvendosi – questa prospettazione – “in una astratta ipotesi di scuola (…). Infatti in tal modo la parte può costruire a suo piacimento il TAEG, semplicemente ritardando più o meno il momento dell’ipotetico pagamento e quindi aumentando la somma pagata a titolo di mora. Così operando, tuttavia, la misura del TAEG non dipenderebbe più dalle pattuizioni delle parti, ma dalla scelta unilaterale del mutuatario inadempiente di pagare con un determinato ritardo una o più rate”.

Infine, altro passaggio interessante della pronuncia in commento è da rinvenirsi nella liquidazione delle spese di lite. Spesso i mutuatari, infatti, nella dichiarazione di valore acclusa all’atto introduttivo del giudizio, attribuiscono alla loro domanda un valore indeterminabile, al fine di mascherarne la reale portata ed evitare, così, una salata condanna alle spese in caso di soccombenza.

Nel caso di specie, però, il Tribunale di Milano, attento anche a tale circostanza, ha rilevato che il valore della domanda avanzata in giudizio “non è indeterminabile ma pari alla somma dei maggiori interessi convenzionali asseritamente corrisposti dei quali è stata contestata la nullità per usura (…) ed alla domanda risarcitoria” per il danno da fatto illecito lamentato, quantificando così le spese di lite sulla scorta di tali valori e dei parametri ministeriali.

Tribunale di Milano, 17 maggio 2018, n. 5589 (leggi la sentenza)

Andrea Maggioni – a.maggioni@lascalaw.com

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