Opposizione all’esecuzione: l’onere della prova ricade sul debitore esecutato

La Corte di Cassazione, con sentenza dello scorso 7 marzo 2017, si è trovata a dover ribadire principi più volte espressi in tema di opposizione all’esecuzione e onere della prova.

Stante l’orientamento giurisprudenziale prevalente, l’opposizione all’esecuzione costituisce un vero e proprio giudizio di cognizione in cui il debitore esecutato ha veste sostanziale e processuale di attore e le eventuali eccezioni da lui sollevate, volte a contrastare le pretese creditorie, costituiscono, quindi, causa petendi della domanda proposta con l’opposizione e sono, pertanto, soggette all’ordinario regime processuale della domanda, stando al quale l’attore ha l’onere di fornire la prova dei fatti che giustificano le ragioni della stessa (cfr. Cassazione del 20 marzo 2012 n. 4380).

È l’opponente, dunque, che contestando il diritto della controparte di procedere ad esecuzione forzata, deve dare prova dei fatti estintivi, impeditivi o modificativi del diritto del creditore contenuto nel titolo esecutivo e degli elementi di diritto che costituiscono i motivi di opposizione.

L’opposto, ovvero il creditore procedente, assume, invece, la posizione del convenuto, e può contrastare le deduzioni dell’opponente, sia avvalendosi di eccezioni in senso tecnico, sia mediante mere difese, volte a contestare l’esistenza dei fatti che l’esecutato assume a fondamento dell’opposizione.

Nel caso di specie, i debitori avevano proposto opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c. contro un atto di precetto che li intimava al pagamento di quanto dovuto in forza di un contratto di mutuo stipulato con la banca, adducendo, fra i motivi a fondamento del ricorso in Cassazione, la violazione dell’art. 2697 c.c., in quanto, a loro avviso, in tema di distribuzione degli oneri probatori, il giudizio di opposizione a precetto doveva essere equiparato ad un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, con la conseguenza che sarebbe stata la banca a dover dimostrare i fatti costitutivi della sua pretesa, ovvero del credito azionato nella procedura esecutiva.

La Cassazione, in linea con le precedenti pronunce, ha considerato tale motivo di opposizione infondato e inammissibile, poiché l’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., configurandosi come accertamento negativo del credito contenuto nel titolo esecutivo, fa sì che spetti al debitore opponente, in quanto attore, l’onere di dedurre e dimostrare i fatti estintivi, impeditivi o modificativi del credito stesso; non solo, è, inoltre, necessario che tali fatti si siano verificati posteriormente alla formazione del titolo e non anteriormente, poiché, in quest’ultimo caso, essi avrebbero potuto o potrebbero essere ancora fatti valere nel giudizio preordinato alla formazione del titolo stesso.

In definitiva, la Corte, ritenendo che i ricorrenti si trovassero in posizione sostanziale di attori nel giudizio ordinario di cognizione avente per oggetto la domanda di accertamento dell’esistenza del credito della banca, ha escluso la violazione dell’art. 2697 c.c. condannandoli alla refusione delle spese a favore del creditore procedente.

Cass., Sez. III, 07 marzo 2017, n. 5635

Sara Raimondi – s.raimondi@lascalaw.com

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