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Sul web i dati personali delicati vanno deindicizzati in modo sistematico

«Chi gestisce motori di ricerca sul web dovrà accogliere in modo sistematico le domande di deindicizzazione relative a dati e informazioni di natura delicata». Al contempo, non bisogna ammettere «una deindicizzazione mondiale», ma occorre differenziare le richieste in base al luogo in cui una possibile ricerca viene svolta su Internet. Perché altrimenti diventa impossibile bilanciare il diritto a essere informati con i diritti alla vita privata e alla protezione dei dati personali.Ne consegue che «il gestore del motore di ricerca», una volta accolta una richiesta di deindicizzazione, non è tenuto a effettuare la stessa «su tutti i nomi di dominio del suo motore» affinché i link controversi scompaiano dal web a prescindere dal luogo da cui parte la ricerca medesima.

Questo perché «occorre un bilanciamento del diritto fondamentale all’oblio con il legittimo interesse pubblico ad avere accesso all’informazione richiesta».

I due principi sono stati proposti dall’avvocato generale Szpunar alla Corte di giustizia europea, nelle sue doppie conclusioni, relative alle causa C-136/17 e C-507/17; entrambe relative a vicende francesi.

La prima conclusione riguarda un contenzioso tra privati cittadini e la Commissione nazionale transalpina per l’informatica e la libertà (Cnil); la seconda riguarda un’altra causa, che vede contrapposti Google e la medesima commissione. Ma andiamo con ordine.

Deindicizzazione sistematica. Il caso riguarda la richiesta di alcuni cittadini, che hanno chiesto alla Cnil di diffidare Google, affinché procedesse a deindicizzare differenti link frutto di una ricerca effettuata col loro nome, verso pagine pubblicate da terzi. In queste pagine si potevano vedere: un fotomontaggio satirico relativo a un’esponente politica, un articolo in cui si definiva uno dei soggetti ricorrenti «responsabile delle pubbliche relazioni della Chiesa di Scientology», l’apertura di un procedimento penale nei confronti di un politico, la condanna di un’altra persona interessata per aggressione sessuale a un minore.

I ricorrenti si sono rivolti al Consiglio di stato francese, che ha girato la palla alla Corte di giustizia. L’avvocato generale Ue, dopo aver esaminato la vicenda, ora propone ai giudici comunitari di «dichiarare che il divieto di trattare i dati rientranti in determinate categorie specifiche, imposto agli altri responsabili del trattamento, si applica alle attività del gestore di un motore di ricerca». Di più: l’avvocato sostiene che «la direttiva 95/46 (relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, ndr) «prevede il divieto di trattamento di dati di natura delicata». Ne consegue che, «il divieto imposto al gestore» del motore di ricerca «di trattare dati di natura delicata» lo «obbliga ad accogliere sistematicamente le domande di deindicizzazione riguardanti link verso pagine Internet, nelle quali compaiono siffatti dati, fatte salve le eccezioni previste dalla direttiva 95/46».

In merito alla libertà di espressione, alle deroghe ad essa connesse (art. 9 della direttiva 95/46) e alla sua conciliazione col diritto alla vita privata, poi, l’avvocato Ue propone alla Corte di dichiarare che i gestori dei motori di ricerca, in presenza di una domanda di deindicizzazione dei dati delicati, siano tenuti «a procedere a un bilanciamento, da un lato, tra il diritto al rispetto della vita privata e il diritto alla protezione dei dati e, d’altro lato, tra il diritto del pubblico ad avere informazioni e il diritto alla libertà di espressione» di chi ha diffuso l’informazione.

Informazioni superate. Infine, l’avvocato generale ha esaminato la questione di una richiesta di deindicizzare dati personali ormai incompleti, inesatti o obsoleti, come gli articoli giornalistici sulle fasi di un procedimento giudiziario, poi giunto a conclusione. La conclusione del legale Ue è che «il gestore del motore di ricerca effettui, caso per caso, una ponderazione, tra i diritti al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati e il diritto del pubblico ad avere accesso alle informazioni», senza perdere di vista il fatto che queste informazioni «rientrano nell’ambito del giornalismo. O possono costituire un’espressione artistica o letteraria».

I paletti alla deindicizzazione. Il secondo contenzioso, come detto, vede contrapposti Google e la Commissione nazionale francese per l’informatica e la libertà. Quest’ultima, a seguito della richiesta di un cittadino, ha diffidato il colosso del web a non fare tabula rasa di tutti link derivanti da una ricerca col nome della persona, applicando la cancellazione a tutte le estensioni di nome di dominio del suo motore di ricerca. Google si è rifiutata, limitandosi a eliminare tutti i link. La conclusione dell’avvocato generale è che «il gestore di un motore di ricerca», nell’accogliere una richiesta di deindicizzazione, «non è tenuto ad effettuare questa deindicizzazione su tutti i nomi di dominio del suo motore affinché, indipendentemente dal luogo a partire dal quale è effettuata la ricerca in base al nome del richiedente, i link controversi non compaiano più».

Di contro, ha sottolineato che «una volta accertato il diritto alla deindicizzazione all’interno dell’Unione», il gestore del motore di ricerca deve garantire che questa sia «efficace e completa, a livello Ue», anche ricorrendo alla tecnica del «blocco geografico» a partire da un indirizzo IP, che si reputa ubicato all’interno di uno Stato Ue. E questo indipendentemente dal nome di dominio usato dall’utente web che effettua la ricerca.

Luigi Chiarello

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