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Londra prepara il piano B per evitare una hard Brexit

Come ogni sceneggiato che si rispetti, Brexit presenta un colpo di scena al giorno ma tiene nascosto il gran finale fino all’ultima puntata. È impossibile fare previsioni certe, ma in seguito agli eventi degli ultimissimi giorni alcuni scenari sono diventati più credibili e altri più improbabili.
La prospettiva di un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea senza accordo è più remota ora che il Parlamento ha agito per prendere il controllo della situazione. Martedì prossimo i deputati dovranno votare l’intesa che Theresa May ha raggiunto con la Ue e, nonostante i tentativi di persuasione della premier, la bocciatura sembra pressoché certa. Oltre ai laburisti, infatti, si sono schierati contro un centinaio di deputati Tory e i dieci deputati del Dup nordirlandese che consentono al Governo di avere una maggioranza in Parlamento.
Il no all’accordo, in assenza di altri interventi, è uno scivolo che porta inesorabilmente verso il “no deal”. La grandissima maggioranza dei deputati di Westminster però è contraria a un salto nel buio con conseguenze devastanti per l’economia e per questo ha inserito un “freno”, approvando un emendamento che costringe il Governo a proporre un piano alternativo entro tre giorni – la sera del 21 gennaio – se l’accordo sarà respinto.
L’aspettativa è che il piano alternativo preferito della May sia un secondo voto in Parlamento, nella speranza che, constatata la gravità della situazione, un numero consistente di deputati decida di sostenere il Governo. In caso di bocciatura al primo round, Downing Street ha fatto sapere che intende concedere solo un emendamento al testo e 90 minuti di dibattito. I parlamentari “ribelli” che desiderano evitare il no deal e controllare la direzione di marcia di Brexit vorrebbero invece poter presentare diversi emendamenti per le varie opzioni possibili, tra le quali un secondo referendum e la scelta Efta o “Norvegia plus”.
Alla fine spetterà a John Bercow, Speaker del Parlamento e arbitro supremo, decidere quale procedura consentire. Bercow è già stato criticato da molti Tories per avere concesso l’emendamento che ha limitato a tre giorni il responso del Governo all’eventuale bocciatura.
La May ha altre opzioni aperte, delle quali però non intende avvalersi per ragioni politiche. Potrebbe ad esempio revocare unilateralmente e senza alcuna penale l’articolo 50, cancellando Brexit con un colpo di spugna e restando a far parte della Ue. Questo però secondo la premier sarebbe un tradimento della volontà popolare espressa nel referendum del 2016.
La premier potrebbe anche convocare elezioni anticipate, ma quando lo aveva fatto nel 2017 la mossa si era rivelata un boomerang e i Tories avevano perso la maggioranza in Parlamento, trovandosi ostaggio del Dup. Le elezioni sono l’opzione preferita di Jeremy Corbyn, secondo il quale un Governo laburista potrebbe riaprire i negoziati con Bruxelles e concluderli in modo più soddisfacente. I sondaggi indicano però che una vittoria laburista è tutt’altro che certa. Inoltre le elezioni costringerebbero a rimandare Brexit oltre la data stabilita del 29 marzo, rinvio che però deve essere approvato da tutti e 27 i Paesi Ue.

Nicol Degli Innocenti

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