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Gli editori a Google: «Tavolo sul copyright solo se c’è la riforma»

Se lo si interroga sul finale di partita, Carlo Perrone esprime fiducia sul The End. Non fiducia cieca, beninteso. Il presidente Enpa – l’associazione degli editori europei di cui fa parte anche la Fieg – sembra più che altro esorcizzare il possibile finale a vuoto per la riforma europea del copyright sulla quale il 13 dicembre si terrà un “round negoziale” fra istituzione europee: «Non arrivare a un via libera ora sarebbe paradossale, oltre che pericoloso per il mondo dell’editoria». Piuttosto, se ci sarà da ragionare con i player come Google o Facebook, come rilanciato da Richarg Gingras, vicepresidente News di Google (si veda Il Sole 24 Ore del 30 novembre), «lo si potrà fare. Ma solo ad approvazione della riforma avvenuta».
Perrone, 62 anni, azionista e consigliere d’amministrazione di Gedi, l’ex Gruppo Espresso cui ha portato in dote il Secolo XIX, sa che quella che si sta giocando è una partita serratissima, con una contrapposizione fra produttori di contenuti (favorevoli alla riforma) e piattaforme che agevolano la diffusione dei testi (contrari). A far da detonatore gli articoli 11 e 13 del testo. Il primo prevede per le piattaforme l’obbligo di pagare gli editori per la pubblicazione degli “snippet”: titolo e prime righe di articoli che si leggono online. L’articolo 13 richiede invece a piattaforme di largo utilizzo (YouTube o Instagram ad esempio) di installare dei filtri (upload filter) che impediscano di caricare materiale protetto da copyright. «Certo, è una partita serrata. E ci sono due rischi che corriamo».
Quali rischi?
Innanzitutto che venga vanificato un voto del Parlamento Ue, quello del 12 settembre, che di per sé è storico con un ok alla proposta di direttiva ottenuto con una maggioranza anche sorprendente. Il secondo rischio è di avere una riforma gattopardesca, in cui per esempio il via libera potrebbe arrivare estromettendo il pagamento per gli snippet. Mi sembra però che a livello europeo ci sia, malgrado una posizione diversa del Governo italiano, una volontà politica forte di trovare una soluzione, a tutela del pluralismo dell’informazione.
Ma lei crede questa riforma davvero in grado di risollevare le sorti del settore editoriale?
Di sicuro sarebbe un segnale importante. Negli ultimi anni la stampa cartacea ha avuto un forte declino. In questi stessi anni però tutti gli editori hanno massicciamente investito sul digitale, in termini di risorse economiche e umane. Se vogliamo dare un futuro a questo ecosistema, occorre arrivare a una riforma del copyright e non c’è alternativa. Tra l’altro solo una stampa forte è una barriera contro le fake news. Se i Gafa (Google, Facebook, Apple e Amazon, ndr.) vogliono sedersi a un tavolo con noi va bene. Ma solo dopo l’approvazione della riforma e dopo aver accettato di remunerare in maniera adeguata il mondo dell’editoria.
Mi sembra che non sia aria. Anzi: Gingras non ha escluso la possibile chiusura di Google News.
Google News rappresenta un traffico che per noi editori varia fra il 5 e il 15 per cento. Il vero problema sono i motori di ricerca e gli aggregatori. Lì una soluzione va trovata. Vanno trovati meccanismi per arrivare a una remunerazione equa per i produttori di contenuti.
Lo stesso vicepresidente di Google News ha però segnalato come ogni articolo sia remunerato fra i 3 e i 5 eurocent e che Google è da considerare a fianco degli editori per il traffico che veicola.
Ripeto: va trovata un’equa ripartizione dei ricavi. Quelli pubblicitari sono fagocitati a livello europeo dai Gafa, in particolare da Google e Facebook. È interesse di tutti avere una stampa sostenibile per il futuro; è importante per la democrazia e per il pluralismo.
I colossi del web stanno comunque facendo un’azione lobbistica molto forte.
È una guerra di Davide contro Golia. Faccio però presente che non è una battaglia solo degli editori. C’è stata un’enorme mobilitazione, del mondo della creatività, dei giornalisti. Per questo dico che sarebbe paradossale non arrivare a un risultato.
Gli editori non hanno da fare autocritica? A concedere gratuitamente sui propri siti i contenuti sono stati e sono proprio gli editori.
È però altrettanto vero che sono anni che ormai chiediamo una tutela per il mondo dell’editoria. Oggi l’occasione è da non sprecare perché se ne sta ragionando a livello Ue e solo la forza di 400 milioni di cittadini e consumatori europei può spingere i colossi del web a sedersi a un tavolo. I singoli Stati, come dimostra il caso spagnolo (dove Google News ha chiuso i battenti, ndr.), non possono fare granché da soli.
Dovesse scadere il tempo con la fine della legislatura europea prima dell’approvazione della direttiva?
Il mondo dell’editoria è in forte sofferenza e rimandare vorrebbe dire acuire la crisi. È vero, non resta molto tempo. Ma dal canto nostro ci stiamo battendo con la speranza di arrivare all’approvazione della direttiva entro la legislatura. Dopo il voto in Parlamento, le Istituzioni Europee non possono abdicare alla loro sovranità indebolendo ulteriormente il ruolo della libera stampa nel dibattito democratico.

Andrea Biondi

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