Siete qui: Oggi sulla stampa

Bancarotta senza sanzioni fisse

La previsione di sanzioni accessorie di durata fissa decennale per chi viene condannato per bancarotta fraudolenta è incostituzionale. L’art.216 della legge fallimentare prevede infatti una pluralità di fattispecie connotate da diverso disvalore (con pene variabili dalla reclusione da tre a dieci anni per le ipotesi più rilevanti alla detenzione da uno a cinque anni per i fatti meno gravi) e per questo una durata fissa delle pene accessorie (inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e incapacità di esercitare uffici direttivi nelle imprese) «non può ritenersi ragionevolmente proporzionata rispetto all’intera gamma di comportamenti». Lo ha deciso la Corte costituzionale con la sentenza n.222, depositata ieri in cancelleria, che ha dichiarato illegittimo l’ultimo comma dell’art.216 della legge fallimentare (regio decreto n.267/1942) nella parte in cui dispone che la condanna per uno dei fatti previsti dalla norma comporti l’applicazione delle sanzioni accessorie di cui sopra «per la durata di dieci anni», anziché «fino a dieci anni». A sollevare la questione di legittimità costituzionale è stata la prima sezione penale della Corte di cassazione chiamata a riformare la sentenza con la quale la Corte d’appello di Bologna, in sede di rinvio dopo un precedente annullamento da parte degli Ermellini, aveva confermato la condanna per bancarotta impropria fraudolenta e semplice a carico di numerosi imputati del processo Parmalat, applicando a tutti le menzionate pene accessorie per la durata di dieci anni.La Cassazione ha dubitato della legittimità della durata fissa delle sanzioni accessorie in quanto esse incidono in senso fortemente limitativo su una vasta gamma di diritti fondamentali del condannato, riducendo drasticamente la sua possibilità di esercitare attività lavorative per un arco temporale di dieci anni, per di più destinati a decorrere dopo l’integrale esecuzione della pena detentiva, la quale a sua volta potrebbe avere luogo molti anni dopo la commissione del fatto di reato. Anzi, hanno osservato gli Ermellini, dal momento che l’esecuzione della pena della reclusione sino a quattro anni può essere integralmente sostituita, su istanza dal condannato, dal suo affidamento in prova al servizio sociale, rispetto a molti condannati per bancarotta fraudolenta, le pene accessorie previste dalla norma incriminata finirebbero «per rappresentare le sanzioni in concreto più afflittive».

La Consulta ha accolto la tesi della Cassazione ritenendo che una tale rigidità applicativa «non può che generare la possibilità di risposte sanzionatorie manifestamente sproporzionate per eccesso, e dunque in contrasto con gli artt. 3 e 27 Cost., rispetto ai fatti di bancarotta fraudolenta meno gravi». Tuttavia, prima di dichiarare illegittime le sanzioni accessorie previste dalla legge fallimentare, i giudici delle leggi hanno dovuto chiedersi se esista nell’ordinamento «un trattamento sanzionatorio che possa nell’immediato sostituirsi a quello dichiarato illegittimo». Nell’ordinanza di rimessione, la Cassazione ha proposto di ancorare la durata delle pene accessorie a quella della pena detentiva concretamente inflitta. Tuttavia, secondo la Consulta, «tale soluzione finirebbe per sostituire l’originario automatismo legale con un diverso automatismo, che rischierebbe altresì di risultare distonico rispetto al legittimo intento del legislatore storico di colpire in modo severo gli autori dei delitti di bancarotta fraudolenta, considerati a buon diritto come gravemente lesivi di interessi, individuali e collettivi, vitali per il buon funzionamento del sistema economico». La soluzione secondo la Corte costituzionale deve essere un’altra: affidarsi alla discrezionalità del giudice, tanto più che la stessa legge fallimentare agli articoli 217 (Bancarotta semplice) e 218 (Ricorso abusivo al credito) consente al magistrato giudicante di stabilire la durata delle sanzioni accessorie «discrezionalmente» fino a un massimo determinato dalla legge (dieci anni per la bancarotta fraudolenta).

Secondo la Consulta, dunque, nel condannare un imputato per bancarotta fraudolenta, il giudice penale dovrà determinare discrezionalmente la durata delle sanzioni accessorie che si aggiungono alla pena principale della reclusione. La durata delle pene accessorie sarà stabilita caso per caso dal giudice, fino al tetto massimo di dieci anni ma senza più alcun automatismo, tenendo conto della concreta gravità del fatto commesso dall’imputato. Resta ferma, ovviamente, la possibilità che la durata della pena accessoria sia maggiore di quella della pena detentiva contestualmente inflitta, purché entro il limite massimo di dieci anni. La Corte ha infatti osservato che le pene accessorie hanno un minor grado di afflittività, e svolgono una funzione almeno in parte diversa, rispetto a quella delle pene detentive, essendo finalizzate a impedire al condannato di continuare le attività che gli hanno fornito l’occasione per commettere gravi reati.

Francesco Cerisano

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche

Un passo in avanti dopo parecchi passi indietro. Ad oltre un anno e mezzo dall’entrata in vigore d...

Oggi sulla stampa

In caso di alienazione di un immobile a titolo gratuito, il creditore munito di titolo esecutivo pu...

Oggi sulla stampa

Con il ritorno del programma MilleMiglia al 100% nel perimetro di Alitalia, si chiude di fatto l’u...

Oggi sulla stampa