Nulla la sentenza senza parti

Il Giudice che, nel pronunciare la sentenza ometta totalmente di indicare una delle parti costituite nel processo, emette un atto destinato ad essere dichiarato nullo.

La pronuncia dell’11/09/2018 n. 22055, della seconda sezione della Suprema Corte, che qui si esamina, stabilisce che la sentenza ove in epigrafe manchi dell’indicazione del nome di una delle parti, debba essere dichiarata nulla, quando tale mancanza determini incertezza assoluta nell’individuazione del soggetto nei cui confronti sia stata emesso l’atto.

Si ha incertezza assoluta quando non sia possibile individuare il soggetto nei cui confronti la sentenza sia destinata a produrre i suoi effetti, poiché, né dall’intestazione dell’atto, né dal dispositivo, né tanto meno dalle parti dedicate allo svolgimento del processo o ai motivi della decisione, sia dato desumere la sua effettiva partecipazione al giudizio.

Nel caso giudicato dalla Cassazione, avverso il provvedimento emesso in primo grado, proponevano appello i figli ed unici eredi della precedente convenuta, dichiarando di voler subentrare nella posizione processuale della de cuius loro dante causa, richiamando, ratificando e facendo proprie tutte le precedenti difese, domande ed eccezioni svolte dalla suddetta tramite il proprio difensore.

Tuttavia, l’intestazione della sentenza pronunciata in secondo grado, così come il suo dispositivo, riportavano come parte appellante il nominativo dell’originaria convenuta ora defunta.

La Corte ha quindi precisato che, sebbene l’art. 132 c.p.c. non preveda il requisito della indicazione delle parti a pena di nullità, quando tale omissione riguardi la sentenza, tanto nella sua intestazione, quanto nella parte descrittiva dello svolgimento processuale, quanto nella parte motivazionale, essa possa determinare una nullità ai sensi dell’art. 156 c.p.c., comma 2, ogni qual volta l’atto-sentenza non sia inidoneo al raggiungimento dello scopo.

Nello stesso senso, precedenti conformi (Cass. civ. Sez. lavoro Sent., 11/11/2011, n. 23670), escludevano l’ipotesi di nullità, laddove “l’atto abbia indicato un provvedimento intervenuto nel corso del processo il cui contenuto consenta di individuare “per relationem” la parte non indicata nella sentenza stessa, dovendosi ritenere, in applicazione dei principi di cui all’art. 156, secondo e terzo comma, cod. proc. civ., che quest’ultima, pur carente di un requisito formale, sia idonea ad assicurare il soddisfacimento dello scopo a cui è preposta l’indicazione delle parti”.

Infatti, l’omessa o inesatta indicazione del nome di una delle parti nell’intestazione della sentenza si considera un mero errore materiale, purché dal contesto dell’atto possa desumersi con sufficiente grado di chiarezza l’esatta identità di tutti i soggetti costituiti nel giudizio.

Si avrà, invece, nullità dell’atto, quando l’omessa indicazione della parte determini una situazione di incertezza, non eliminabile a mezzo della lettura dell’intera sentenza.

D’altro canto, quando non è possibile comprendere, dal contenuto complessivo dell’atto, quali siano i soggetti ai quali la sentenza si riferisca, né quindi individuare i soggetti che siano tenuti alle sue statuizioni ed eventualmente al giudicato che si formerà, non può trattarsi di un caso di mero errore emendabile con la pronuncia di correzione, ma di un’omissione totale che non consente alla sentenza di svolgere la propria funzione essenziale di “legge del caso concreto”.

La conseguenza, infatti, è che la pronuncia non può valere rispetto ad un soggetto non indicato come parte processuale, nei confronti del quale non produce alcun effetto.

Cass., Sez. II Civ., 11 settembre 2018, n. 22055

Barbara Maltese – b.maltese@lascalaw.com

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