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Npl, banche alle grandi pulizie: 11,5 miliardi di extra-rettifiche

Per le banche italiane il primo trimestre dell’anno si è chiuso all’insegna delle “grandi pulizie” di portafoglio. Nell’ambito della prima applicazione del nuovo principio contabile Ifrs9, la normativa consentiva di aumentare le coperture sui crediti, in particolare su quelli destinati a cessioni future, e di “spalmare” gradualmente il costo sul capitale anzichè a conto economico, diluendo l’impatto peraltro nei prossimi cinque anni. L’effetto è stata una corsa in massa degli istituti ad aumentare in maniera netta le coperture di tutti i crediti deteriorati, sofferenze e inadempienze probabili, in vista di future cessioni, come del resto suggerito dalla stessa Vigilanza. Tanto che nel trimestre le prime otto banche italiane hanno varato qualcosa come 11,5 miliardi di extra-rettifiche nette, secondo le stime della società di consulenza Prometeia.
L’impatto a patrimonio, peraltro temperato nel phase in dalla generazione di utili netti per 3,2 miliardi (che si confrontano con gli 1,9 miliardi del primo trimestre 2017), inevitabilmente c’è stato, benché assorbito dal cuscinetto creato negli scorsi trimestri. Di positivo c’è che la maxi-manovra sulle rettifiche ha avuto il merito di generare aumenti significativi sulle percentuali di copertura dei deteriorati, in linea con quanto richiesto da Francoforte. Da un trimestre all’altro, il coverage medio dei primi dieci istituti sui deteriorati è balzato di oltre 400 punti base, passando dal 54% circa al 58,5%. La copertura sulle sofferenze è salita quasi del 5%, da 60,5% al 65,5%, mentre sugli unlikely to pay, tradizionalmente meno coperti, il coverage è cresciuto di 300 punti base circa, dal 34,6% al 37,6%. In alcuni casi, come Bper, la copertura sui deteriorati è aumentata di quasi 9 punti percentuali, nel caso del Creval l’impennata è stata addirittura del 14% circa. «Il cambio del regime contabile costituiva un’occasione importante per avvicinare i prezzi di bilancio dei crediti deteriorati a quelli di cessione – spiega Giuseppe Lusignani, vicepresidente della società di consulenza – In questo modo le banche possono accelerare il percorso di dismissione degli Npl, processo auspicato dalla Bce ma apprezzato anche dal mercato, che infatti ha dimostrato di sostenere i piani individuali degli istituti che prevedono la cessione degli Npl o la valorizzazione delle piattaforme di gestione interna».
Dalla cessione di 17,7 miliardi di UniCredit con l’operazione Fino, alla maxi-cartolarizzazione da 24,5 miliardi di Mps, fino ad arrivare al doppio colpo di Intesa (con la cartolarizzazione da 10,5 miliardi a cui è stata associata la vendita a Intrum della piattaforma interna), il mercato italiano sta mostrando un notevole dinamismo nei processi di miglioramento della qualità degli attivi. E proprio in virtù della manovra legata alla first time adoption dell’Ifrs9, ora le banche possono dare un colpo di pedale per accentuare ulteriormente questa tendenza, come dimostra il varo recente di diversi piani di riduzione dello stock deteriorato. L’asticella per molte banche medie è fissata al 10% in termini di Npe ratio al 2020. Non è un caso che Carige abbia rivisto il target al 2020 dal 16,3% all’11,6%. O che Bper abbia messo l’asticella del 10% al 2021 (e potrebbe fare meglio), abbassandola dal precedente 13,5% al 2020. Idem ha fatto Mps, che pure ha mantenuto l’obiettivo del 12.9% al 2021 ma ha comunicato che potrebbe scendere fino al 10%. Unicredit, da parte sua, ha migliorato ulteriormente il proprio obiettivo portando il target di gruppo al 7.5% al 2019 (dal 7.8% precedente) e anticipando di 4 anni la chiusura della divisione non core. Non che il piano di progressiva pulitura degli attivi «possa dirsi concluso», evidenzia Lusignani. L’obiettivo, come noto, è di portare progressivamente l’Npe ratio attorno al 5%. «È un percorso graduale – spiega Lusignani – che è stato intrapreso e che, man mano che la redditività tornerà a migliorare, potrà essere accelerato nei prossimi anni, visto che regolatore, mercato e banche ritengono che sia ineluttabile». Senza contare che il beneficio di questa dinamica si sentirà anche sul costo del funding. A tendere infatti, conclude Lusignani, il miglioramento degli attivi «avrà effetti positivi sulla riduzione del premio al rischio che le banche dovranno pagare in fase di raccolta, un trend che si accentuerà quando le banche torneranno progressivamente sul mercato, e la politica monetaria tornerà a normalizzarsi».

Luca Davi

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