Non si aggiri il principio dell’onere della prova

In virtù del principio secondo cui “chi vuole far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento”, l’appellante non può richiedere alla Corte l’acquisizione di documenti che lui stesso avrebbe potuto e dovuto produrre tempestivamente nel corso del giudizio di primo grado.

Così ha stabilito recentissimamente la Corte d’Appello di Bari nell’ambito di un giudizio in materia di rapporti bancari in conto corrente, rigettando integralmente le censure avanzate dalla società appellante.

Nel caso di specie, la correntista insisteva in appello per la pronuncia di un ordine di esibizione, ai sensi dell’art. 210 c.p.c., degli estratti conto in possesso della Banca appellata e, conseguentemente, per l’ammissione di una nuova CTU contabile a sostegno delle proprie pretese. Il giudice di primo grado, infatti, dopo aver dichiarato la nullità della consulenza d’ufficio d’ivi espletata – in quanto basata su documenti (ossia gli estratti conto) che la società attrice aveva prodotto tardivamente – non aveva, né ordinato alla Banca l’esibizione della documentazione contabile, né tanto meno disposto una nuova perizia sulla base della medesima.

La Corte d’Appello ha disatteso la richiesta di esibizione, affermando che, sebbene l’art. 210 c.p.c. rappresenti la possibilità per il correntista di visionare ed ottenere dalla Banca copia degli estratti conto e di tutta la documentazione contabile anche in corso di causa, tale possibilità risulterebbe del tutto vanificata se i requisiti richiesti dalla legge non fossero rispettati. Ebbene, nel caso di specie, a dire della Corte, mancava il requisito dell’indispensabilità del mezzo di prova, dal momento che il correntista disponeva già degli estratti conto, ma li aveva prodotti in giudizio tardivamente.

In altri termini, “la richiesta ex art. 210 c.p.c. non può essere utilizzata per superare preclusioni processuali, né aggirare l’onere incombente sulla parte di fornire le prove che essa sia in grado di procurarsi e che non può pretendere di ricercare mediante l’attività del giudice”.

Quanto poi alla richiesta della società di ammettere una nuova perizia contabile, la Corte d’Appello ha evidenziato, in primo luogo, l’impossibilità di un suo concreto espletamento in assenza degli estratti conto e dei documenti in possesso della Banca per i quali veniva rigettata la richiesta di esibizione. Secondariamente, i giudici baresi hanno ribadito la tardività con cui, in primo grado, la parte attrice aveva consegnato al consulente tecnico la documentazione necessaria per lo svolgimento della sua attività. In altri termini, secondo la Corte, “l’accertamento peritale non può costituire pretesto per eludere i termini processuali perentori imposti dal codice di rito per le attività istruttorie delle parti.

Ebbene, sulla base dei predetti presupposti, il giudice di secondo grado, ribadendo a gran voce che il principio dell’onere della prova non può essere certamente al centro di elusioni, ha così concluso: “il correntista che agisca in giudizio per la ripetizione dell’indebito è tenuto a fornire la prova sia degli avvenuti pagamenti che della mancanza, rispetto ad essi, di una valida causa debendi, sicché il medesimo ha l’onere di documentare l’andamento del rapporto con la produzione di tutti quegli estratti conto che evidenziano le singole rimesse suscettibili di ripetizione in quanto riferite a somme non dovute”.

Corte d’Appello di Bari, 5 febbraio 2018, n. 208 (leggi la sentenza)

Rosamaria Labbate – r.labbate@lascalaw.com

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