Non compete alla banca la prova specifica delle rimesse solutorie

La Suprema Corte torna ad affrontare la questione relativa all’individuazione delle rimesse in conto corrente, all’accertamento della loro natura e al riparto dell’onere probatorio in tema di eccezione di prescrizione.

Tanto fa sulla base di un ricorso nel quale la banca, tra l’altro, osservava che il conto corrente non fosse pacificamente assistito da alcuna apertura di credito così che le rimesse operate nel corso del rapporto presentassero necessariamente carattere solutorio, non essendovi alcuna provvista da reintegrare.

L’istituto deduceva, altresì, che l’eccezione di prescrizione non poteva considerarsi generica avendo essa banca fatto riferimento a tutte le rimesse effettuate nel periodo antecedente il decennio che precedeva la notifica dell’atto di citazione, unico atto interruttivo della prescrizione stessa.

Nel ritenere il motivo esposto, fondato, la Corte muove dagli ormai noti principi sviluppati dal Supremo Collegio nella sentenza madre in materia di prescrizione in ambito bancario – Cass. Sez. U. 2 dicembre 2010, n. 24418 – sui quali non occorre tornare per essere gli stessi assurti a linee guida ben assorbite in giurisprudenza.

Ben più rilevante questione è, invece, quella attinente alla distribuzione dell’onere probatorio della presenza di rimesse e al grado di accuratezza richiesto perché la domanda o l’eccezione siano validamente spiegate.

Alla domanda la Suprema Corte risponde in modo netto: “ in un quadro processuale definito dalla presenza degli estratti conto, non compete alla banca convenuta fornire specifica indicazione delle rimesse solutorie cui è applicabile la prescrizione”.

Precisa l’ordinanza che “una volta che la parte convenuta (la banca) abbia formulato la propria eccezione di prescrizione, compete al giudice verificare quali rimesse, per essere ripristinatorie, o attuate su di un conto in attivo, siano irrilevanti ai fini della prescrizione, non potendosi considerare quali pagamenti. Deve considerarsi in proposito, che l’eccezione di prescrizione è validamente proposta quando la parte ne abbia allegato il fatto costitutivo, e cioè l’inerzia del titolare, e manifestato la volontà di avvalersene (per tutte: Cass. 29 luglio 2016, n. 15790; Cass. 20 gennaio 2014, n. 1064; Cass. 22 ottobre 2010, n. 21752; Cass. 17 marzo 2009, n. 6459; Cass. 22 giugno 2007, n. 14576; Cass. 22 maggio 2007, n. 11843; Cass. 3 novembre 2005, n. 21321) e che una allegazione nel senso indicato non cessa di essere tale ove la parte interessata correli quell’inerzia anche ad atti (nella specie, versamenti ripristinatori) che non spieghino incidenza sul diritto (nella specie, di ripetizione) fatto valere dell’attore”

Con riguardo al quomodo dell’eccezione, appare corretto adottare un criterio di equo bilanciamento.  “Non si vede, dunque, per quale ragione la banca che eccepisca la prescrizione debba essere gravata dell’onere di indicare i detti versamenti solutori (su cui la detta prescrizione possa, poi, in concreto operare) quando nemmeno l’attore in ripetizione è tenuto a precisare i pagamenti indebiti oggetto della pretesa azionata. (…) In conseguenza, come osservato, si deve escludere che la banca, convenuta in ripetizione, fosse onerata dell’allegazione specifica delle rimesse solutorie, e dunque dell’indicazione degli importi con cui la società correntista avesse provveduto a ripianare esposizioni debitorie che si collocavano oltre il limite dell’affidamento.

Ovviamente, la conclusione circa l’assenza della necessità di un’analitica enunciazione delle rimesse solutorie vale, ancor di più, ove si ipotizzi (come oppone la ricorrente in una delle censure formulate nel corpo del motivo) che il conto non sia affidato: infatti, tale evenienza determina, come conseguenza, che le rimesse affluite sul conto in passivo non possano avere natura ripristinatoria”.

Nel frangente, di semplice risoluzione in sé, il conto non era affidato e i versamenti operati non potevano che essere qualificati come rimesse solutorie con quanto ne consegue in termini prescrittivi.

La pronuncia si fa, inoltre, apprezzare, laddove incidentalmente ribadisce un altro condivisibile principio. L’eccezione di prescrizione deve essere analizzata solo allorchè il correntista, su cui grava l’onere di dimostrare il diritto fatto valere, abbia correttamente prodotto la documentazione contabile.

“La prova degli elementi utili ai fini dell’applicazione dell’eccepita prescrizione è, dunque, nella disponibilità del giudice che deve decidere la questione: perlomeno lo è ove il correntista assolva al proprio onere probatorio; se ciò non accada il problema non dovrebbe nemmeno porsi, visto che mancherebbe la prova del fatto costitutivo del diritto azionato, onde la domanda attrice andrebbe respinta senza necessità di prendere in esame l’eccezione di prescrizione”.

Cass., Sez. VI Civ., 22 febbraio 2018, ordinanza n. 4372 (leggi la sentenza)

Giorgio Zurru – g.zurru@lascalaw.com

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