Non basta la stabilità degli ordini per configurare un’ipotesi di controllo esterno

Nella sentenza in esame il Tribunale di Roma ha sancito che una situazione di reiterazione nel tempo di rapporti di fornitura di un determinato servizio non è sufficiente a dare luogo ad un’ipotesi di controllo esterno ai sensi dell’art. 2359 primo comma n. 3 c.c.

E’ innanzitutto opportuno sottolineare che, ai sensi dell’art. 2359 primo comma n. 3 c.c., sono considerate società controllate le società che sono sotto influenza dominante di un’altra società in virtù di particolari vincoli contrattuali con essa. In via generale, può affermarsi che la specificità del controllo esterno si coglie in relazione al suo essere un controllo che non si realizza all’interno dell’assemblea (come invece avviene nel controllo interno), sostanziandosi invece in una oggettiva dipendenza economica, derivante da particolari rapporti contrattuali, di una società rispetto ad un’altra.

Si tratta, dunque, di un condizionamento oggettivo ed esterno dell’attività sociale, che sussiste indipendentemente da chi nomina e può revocare gli amministratori, essendo l’attività economica stessa, in quanto tale, ad essere condizionata dalla relazione di controllo.

Nel controllo esterno l’operato degli amministratori è influenzato indirettamente e fattualmente da vincoli contrattuali che sono «particolari» in quanto idonei ad attribuire ad un’altra impresa poteri legittimi di condizionamento indiretto dell’operato degli amministratori della controllata esterna.

A differenza del controllo interno, quello esterno deve inoltre essere effettivo.

Infine, non è rilevante quale controllo esterno qualsiasi contratto cui consegua un’influenza dominante, ma solo quei contratti che, in virtù delle loro peculiarità – di ordine economico, ma soprattutto giuridiche, anche se non necessariamente limitate alle condizioni obiettivate in clausole del contratto – consentano di attestare la dipendenza di una società verso la sua controparte contrattuale.

Nel caso in esame il Tribunale ha escluso l’esistenza, nel caso di specie, di un rapporto di controllo ex art. 2359 n. 3 c.c.. Infatti, se è vero che la reiterazione di rapporti negoziali aventi il medesimo oggetto (fornitura di beni o, come nel caso di specie, di servizi) siano sintomatici di una posizione contrattuale “forte” di una società rispetto ad un’altra, tuttavia, ciò non è sufficiente, in quanto la norma richiede che i rapporti contrattuali che generano quel controllo siano «particolari» e che, dunque, sulla base di essi la società controllata non possa autonomamente determinare le proprie scelte strategiche in ordine allo svolgimento della propria attività imprenditoriale.

In altre parole, l’atteggiarsi dei rapporti negoziali, per integrare la fattispecie di controllo esterno, deve generare la traslazione all’esterno della società del poter di direzione dell’attività sociale, ma ciò non si verifica sulla base della sola reiterazione nel tempo di più ordini.

D’altra parte, argomentando diversamente, si avrebbe una assoluta dilatazione del concetto di controllo esterno, il quale si verificherebbe automaticamente in ogni rapporto negoziale stabile che vede coinvolto un operatore del c.d. indotto generato dall’attività di una impresa.

Tribunale di Roma, sentenza dell’11 luglio 2018

Edoardo Fracasso – e.fracasso@lascalaw.com

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