Nessuna condanna per l’avvocato che agisce nei limiti della procura

La procura alle liti che attribuisce la facoltà di conciliare e transigere la controversia è qualificabile come mandato con rappresentanza processuale ed il rapporto interno non è dissociabile, quanto al contenuto, dalla rappresentanza in giudizio.

Nel caso di specie, la società ricorrente era stata convenuta in giudizio da una propria dipendente: il tentativo di conciliazione esperito in sede di prima udienza di discussione aveva avuto esito negativo.

Durante l’istruzione della causa, venivano escussi i soli testimoni della società convenuta, in quanto nessun teste di parte attrice era comparso: prima dell’udienza di discussione, parte attrice depositava istanza di rimessione in termini per le testimonianze e successivamente proponeva la conciliazione della causa per il medesimo importo offerto dalla società in sede di prima udienza.

Il legale della convenuta – senza avvertire la propria assistita della proposta formulata – comunicava a controparte che la propria Cliente non riteneva più conveniente conciliare la lite, preferendo rimettersi alla decisione del giudice: quest’ultimo, tuttavia, accolse l’istanza di rimessione in termini e la domanda della dipendente.

La società conveniva in giudizio il proprio legale, chiedendo la condanna al risarcimento del danno: il Tribunale adito rigettava la domanda e successivamente la Corte d’Appello rigettava l’impugnazione, rilevando, in primis, che l’appellato aveva agito nell’ambito della procura alle liti che gli conferiva anche la facoltà di conciliare e transigere la lite ed in secondo luogo che al momento in cui la proposta transattiva era pervenuta, non sarebbe stata accettata dall’appellante e che la decisione di rifiutare la proposta era la più corretta e consigliabile.

La società proponeva ricorso per Cassazione, rilevando che l’obbligazione avente ad oggetto l’accordo transattivo non inerisce all’esercizio dell’attività professionale dell’Avvocato ma ad un’attività negoziale e che il mandatario aveva l’obbligo di informare la mandante su ogni circostanza rilevante ai fini dell’esecuzione del mandato.

Secondo i Giudici di Piazza Cavour il motivo è inammissibile: il conferimento della facoltà di conciliare e transigere, pur comportando una dilatazione del potere del difensore oltre il compimento di atti processuali, “non è estrinseca al potere del mandatario quale difensore perché, indipendentemente dalla circostanza fattuale che l’autorizzazione era contenuta nella procura alle liti, è la norma processuale (art. 84 c.p.c.) che prevede la dilatazione del potere processuale del difensore a quello di compiere atti che importino disposizione del diritto in contesa, ove tale potere sia stato espressamente conferito”.

Il Supremo Collegio rileva, altresì, l’ininfluenza dell’identità fra le proposte formulate, in quanto il giudice di merito avrebbe correttamente valutato come decisiva la circostanza dell’intervenuta decadenza della prova e l’imprevedibilità della rimessione in termini.

La Suprema Corte ha, quindi, rigettato il ricorso, condannando la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità.

Cass., sez. III Civile, 26/07/2017, n. 18394 (leggi la sentenza)

Gianfranco Licari – g.licari@lascalaw.com

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