Nell’ACF niente sconti sull’onere della prova

In un recente precedente, in cui lo Studio ha prestato assistenza ad un intermediario finanziario, l’Arbitro per le Controversie Finanziarie ha avuto modo di pronunciarsi sull’importante tema della ripartizione dell’onere della prova con riguardo alla richiesta risarcitoria relativamente a (presunte) perdite patrimoniali subite da investitori.

In particolare, gli eredi di una investitrice adivano l’ACF contestando (trasversalmente) presunti inadempimenti riferiti alla gestione del rapporto con la cliente e, inoltre, presunte responsabilità seguenti all’apertura della successione della stessa dante causa. Nello specifico, venivano lamentate perdite procurate con riguardo alla negoziazione di obbligazioni in lire turche ed ETF, per un determinato ammontare.

Contestando la sussistenza del dedotto inadempimento, l’intermediario finanziario deduceva la genericità dell’azione proposta, sottoponendo sia l’insussistenza di qualsivoglia allegazione specifica in merito al dedotto inadempimento, sia l’inesistenza di prova in ordine al danno.

Accogliendo le eccezioni dell’intermediario l’arbitro osserva che “Come noto, spetta all’investitore che agisce per il risarcimento dei danni nei confronti dell’intermediario la prova di aver subito un danno dalla dedotta omissione degli obblighi informativi e comportamentali di quest’ultimo. Nella fattispecie le ricorrenti si sono invece limitate ad affermare di aver subito un pregiudizio economico – apoditticamente quantificato in € 45.000,00 – non soltanto senza fornirne evidenza probatoria ma anzi, in parte, senza che le loro affermazioni trovino riscontro nella documentazione in atti, dalla quale emergono, piuttosto, presumibili profitti realizzati in forza di alcune delle operazioni lamentate”.

Sull’operato dell’intermediario si legge che “Inoltre, fermo il difetto di prova del pregiudizio economico in concreto sofferto da parte ricorrente, anche le doglianze inerenti all’asserita inosservanza degli obblighi di correttezza e trasparenza da parte dell’intermediario appaiono infondate, ove si consideri che la modulistica relativa agli ordini d’acquisto – debitamente sottoscritta in calce dalla de cuius – reca, con riferimento ad ogni singola disposizione d’investimento, la specificazione per cui le operazioni “sono state disposte dalla cliente al di fuori del servizio di consulenza”. Ne consegue che, contrariamente a quanto affermato dalle ricorrenti, non è ravvisabile a carico dell’intermediario l’obbligo di procedere alla valutazione di adeguatezza degli acquisti ma solo a quella di appropriatezza; giudizio, quest’ultimo, che risulta regolarmente espresso nel caso di specie dall’intermediario, che ha appunto concluso per l’appropriatezza degli investimenti di cui trattasi, avuto riguardo al profilo della cliente”.

Arbitro per le Controversie Finanziarie (ACF), 21 novembre 2017, decisione n. 117

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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