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Nel «contratto» attacco al Jobs Act

Il Jobs Act viene messo sotto attacco esplicito come fonte di precarietà, le aliquote della riforma fiscale raddoppiano (15 e 20%) anche per le imprese, come già previsto per le persone, mentre il reddito di cittadinanza perde l’impegno esplicito allo stanziamento di 17 miliardi.
Sono questi i frutti principali del «vaglio politico» operato ieri dal leader M5s Luigi Di Maio e dal segretario della Lega Matteo Salvini sul testo del contratto preparato nei tavoli tecnici di questi giorni. Il passaggio conferma nella sostanza la linea dura sull’Europa, con la «necessaria ridiscussione dei trattati» ora diretta esplicitamente alla revisione delle «politiche sul deficit», e rafforza lo slancio securitario, con l’impegno a chiudere tutti i campi Rom, regolari o meno. Nel pomeriggio fonti M5S hanno ipotizzato l’inserimento di un capitolo sul Sud, che non compare però nelle ultime bozze. Al Mezzogiorno, sottolineano dai due partiti, sono comunque destinate quote importanti di misure come il reddito di cittadinanza o gli investimenti nel trasporto locale.
A differenza della composizione della maggioranza, dove voci e caselle restano in continuo movimento, il «contratto di governo» trova insomma pace, ed è pronto per essere sottoposto al giudizio di piattaforma Rousseau e gazebo.
Il riferimento al Jobs Act è l’ultima aggiunta, tutta politica, al capitolo dedicato al lavoro: la colpa della riforma, nell’ottica dei due aspiranti partiti di maggioranza, è nell’aver creato la precarietà da contrastare «per costruire rapporti di lavoro più stabili e consentire alle famiglie una programmazione più serena del loro futuro». Il contratto non evoca il ritorno dell’articolo 18, ma non è difficile prevedere che la discussione ritorni ad accendersi anche su questo tema eterno.
Anche nella sua ultima versione la riforma fiscale poggia sulle due aliquote al 15 e al 20%, ma con una novità: la “Dual Tax” riguarderebbe anche partite Iva e imprese, oltre alle persone (a cui resta riservata la deduzione da 3mila euro modulata in base al reddito famigliare). La novità servirebbe a concentrare le promesse di riduzioni fiscali più generose alle piccole e medie imprese, evitando di prospettare anche alle grandi imprese e alle multinazionali super-sconti difficili da sostenere sul piano politico oltre che su quello economico. Confermata la richiesta di bloccare gli aumenti Iva, che si accompagna alla cancellazione delle accise «anacronistiche» sulla benzina e alla correzione delle tasse di troppo sulle sigarette elettroniche.
Il passaggio sul tavolo dei due leader non cambia poi l’atteggiamento radicale verso l’Europa mostrato dal contratto. Anzi, nell’ultimo testo la «ridiscussione dei Trattati Ue e del quadro normativo principale» viene collegata direttamente alle «politiche sul deficit». Esame politico superato anche per «il ritorno all’impostazione pre-Maastricht» e per la richiesta di scomputare i titoli acquistati nell’ambito del Qe dal calcolo del rapporto debito/Pil. Resta necessario «incrementare il livello di democrazia della Ue», mentre un pizzico di prudenza trasforma in «bilanciamento» l’originario «rafforzamento» dei poteri del Parlamento europeo, ed espunge l’obiettivo esplicito di «depotenziare gli organismi decisori privi di legittimazione democratica diretta».
Nessuna concessione arriva poi dalla Lega sui terreni di sicurezza e immigrazione, strettamente intrecciati secondo il Carroccio. La valutazione delle domande di asilo, recita un capoverso aggiunto al capitolo immigrazione, deve avvenire nei Paesi d’origine o di transito, e si prevede di spingere sugli accordi bilaterali per rendere «chiare e rapide» le procedure di rimpatrio dei 500mila migranti irregolari citati dal «contratto».

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