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Mps, il buco infinito che governi e vigilanti non hanno mai chiuso

Se la commissione di inchiesta sulle banche cerca davvero fili da torcere, e «fino in fondo» come dice Matteo Renzi, il dossier Monte dei Paschi giunge a proposito. Per capire perché il vecchio Pd abbia teleguidato la terza banca nazionale verso disegni così miopi. O perché Mario Draghi il 17 marzo 2008 da governatore della Banca d’Italia abbia detto sì all’acquisto di Antonveneta a 17 miliardi tra cash e finanziamenti, senza l’ombra di una perizia valutativa. O perché Consob abbia autorizzato in quei mesi a vendere in piccoli tagli il peggior bond subordinato – da 2,1 miliardi – mai emesso. O perché tre governi e banchieri di nome dal 2012 non hanno saputo riparare agli errori passati. Una storia italiana, ma troppo, che oggi costa 5,4 miliardi pubblici per salvare Siena dal crac, dopo 20 miliardi persi dagli azionisti e 3 sui bond.
L’agenda dei lavori ricalcherà quella usata per le ex popolari Vicenza e Veneto banca andate prime sotto il torchio. Oggi si parte dai magistrati che a Siena e a Milano hanno indagato (e processato e condannato) vecchi e nuovi dirigenti del Monte. I preparativi tra i partiti e la presidenza Casini sono tanto ponderati che la montagna potrebbe partorire il topolino, per non farsi male da soli. «Mps potrebbe far emergere il filo rosso tra politica, banca e istituzioni — dice Giovanni Paglia, commissario per Si — temo invece che filerà via liscia e sarà solo una cerniera tra le banche venete ‘di riscaldamento’ e il gran finale su Etruria: in cui il Pd dopo aver rosolato Bankitalia e Consob punterà a dire che Arezzo è saltata per i cattivi controlli». Carla Ruocco, commissaria per M5s, chiederà di audire Draghi e Mussari da testimoni, ma «Mps coinvolge la politica — dice — così il garantismo di Casini e le resistenze dei partiti freneranno i lavori se il gioco si fa duro».

Le acquisizioni assurde
La storia dei guai senesi ha due periodi: la fase dell’impudenza, cercando il salto dimensionale di Mps sotto le due egide politiche del Pd nazionale e locale nel “groviglio armonioso” di consorterie, e quella che dal 2012 esplosi i problemi impone la discontinuità ai vertici nel tentativo, fallito, di rimediare. Comuni alle due fasi sono la regia del Pd e l’immeritato sostegno dei controllori Bankitalia e Consob. Sono note le tappe della cavalcata a ritroso che stende Mps. Nel 2000 sperpera il capitale libero pagando 2.500 miliardi di lire per Banca 121. E’ di poco dopo la degenerazione della tesoreria Mps in centrale per lucrare sui titoli di Stato, anche con società fuori bilancio tipo Santorini e Alexandria, e derivati per occultare le perdite. In piena bolla bancaria, il neo presidente Giuseppe Mussari fa la grande mossa: comprare Antonveneta. Poco pratico di banche, Mussari arruola l’ente socio e i danti causa politici con poche telefonate. La vigilanza chiede solo piccoli ritocchi ai finanziamenti: eppure il 9 marzo 2007, l’ispezione su Antonveneta della Banca d’Italia di Padova rilevava uno «scenario gravemente compromesso sull’operatività della rete, gravi carenze dei controlli al credito, insufficiente capacità di governare le principali variabili gestionali», e redditività ai minimi. Perché il governatore Draghi lascia fare? Quanto a Consob, fa quasi peggio: autorizza nel 2008 la vendita sulla rete Mps di un subordinato decennale da 2,16 miliardi in piccoli tagli da mille euro, emesso per pagare Antonveneta «tendenzialmente allo spread di emissione », ossia a 100. Ma nel 2016, quasi a scadenza, il bond quotava dimezzato, e oggi il Tesoro sta pagando 1,5 miliardi per ristorare i titolari più inesperti.Il peccato originale produce lunghi inseguimenti per salvaguardare la stabilità finanziaria di Mps: i derivati capestro per posporre le perdite, l’astruso convertibile Fresh, il prestito segreto da 2 miliardi che proprio Bankitalia, mentre nell’autunno 2011 il tasso sui Btp esonda, accorda a Mps a corto di liquidità, anche perché s’era impegnata a fornirla gratis per miliardi a Nomura. I nodi sono al pettine: 4,7 miliardi persi nel 2011, Mussari e Vigni cacciati, inchieste.

Tre governi e due authority
Dal 2012 arrivano l’ad Fabrizio Viola il presidente Alessandro Profumo: banchieri esperti mandati dal centrosinistra che controlla Mps via Fondazione, e in asse più stretto col Tesoro che quell’anno presta i primi 2 miliardi pubblici alla banca, i Monti bond. Ma neanche con la strada di Roma spianata e il discreto sostegno di Bankitalia e Consob i due commissari sanno ristrutturare la banca con fondi privati: anzi, vani tentativi ritardano la cura finale (nazionalizzazione) e il conto per Stato e mercato rincara di miliardi. Certo il contesto è proibitivo, con il paese in recessione e le Borse nervose; tuttavia gli errori strategici di Viola e Profumo pesano. Tra questi, l’approccio tardivo ai crediti in sofferenza — poi fatali — e la snervante disfida legale con controparti e istituzioni per sopire, senza disinnescarla, la bomba da 5 miliardi in derivati. E anche le pezze a colori messe dalle due authorities complicano le cose. Fin dal 2010 Bankitalia critica quelle operazioni, e segnala «profili di rischio non adeguatamente controllati »; l’ispezione chiusa a marzo 2013 poi rileva: «L’operazione nel complesso si sostanzia in un derivato creditizio», che «di norma » va iscritto al valore di mercato, ma la banca «ha invece contabilizzato le diverse componenti dell’operazione disgiuntamente », così affossavano un po’ meno i conti Mps. Malgrado quei rilievi, il rischio derivati bollirà nei bilanci fino al 2015 senza parere. Anzi, la loro contabilizzazione come Btp porta nel 2012 a chiedere l’aiuto di Stato per Mps dicendo all’Ue che i problemi sono dovuti al rischio sovrano, che assalendo l’Italia deprezza i Btp. Una versione che nel 2014 via Nazionale sposa nel replicare al governo Renzi: «Non sono emersi elementi per sollevare obiezioni sulla valutazione effettuata dagli amministratori di Mps». Già allora le controparti dei senesi, il Riesame di Siena, la Consob tedesca (Bafin) scrivevano l’opposto. La procura di Milano nel 2016 squarcia il velo: accoglie le tesi del consulente dei fondi esteri Giuseppe Bivona e chiede il rinvio a giudizio per Viola e Profumo portando Consob — fuori tempo massimo, dato che frattanto miliardi erano bruciati in tre ricapitalizzazioni — a far correggere i bilanci Mps fino al 2015 così che la sostanza (derivati) prevalga sulla forma (Btp).
Tante manovre hanno compromesso il rapporto di fiducia tra Mps con gli investitori e con le autorità di Bruxelles e di Francoforte. Sono loro, non i controllori italiani, a imporre da allora ogni rafforzamento: la Commissione Ue che a fine 2013 chiede di rimborsare o convertire i Monti bond, perplessa su come Mps ha chiesto gli aiuti. La Bce, che a fine 2014 prende in carico Mps classificando il 31% dei crediti scrutinati come sofferenza, con deficit di 3 miliardi. L’Eba londinese che a luglio 2016 nello stress test avverso piazza Mps ultima tra 51 rivali europee. Quell’ultimo cratere contabile lo pagherà l’erario, dopo sei mesi persi in tentennamenti e sondaggi vani tra governo, advisor Jp Morgan e Mediobanca e centinaia di investitori esteri. Un’agonia inutile anzi dannosa, che Matteo Renzi ha cercato con ostinazione per non passare alla storia come colui che vide fallire la banca più antica. Per una tempistica bizzarra il suo governo e Mps si sciolgono in sincrono un anno fa.

Andrea Greco

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