Mora usuraria…solo se concretamente pagata

Per quanto concerne gli interessi moratori, così come per i tassi relativi all’estinzione anticipata del contratto, le valutazioni in ordine al superamento del tasso soglia devono essere compiute sulla base delle condizioni in concreto verificatesi per la loro applicazione”.

Così si è pronunciato recentissimamente il Tribunale di Torino in una causa promossa da un contraente mutuatario per contestare il superamento, ad opera del tasso moratorio pattuito, del tasso soglia vigente all’epoca della stipula del mutuo.

Il giudice piemontese ha così avallato quell’orientamento giurisprudenziale, assai dibattuto, peraltro, secondo cui anche gli interessi moratori sono rilevanti ai fini delle verifiche di usurarietà del finanziamento e, in ragione di ciò, se superiori alla soglia, possono determinare la declaratoria di nullità della pattuizione illegittima nonché la gratuità del prestito, ai sensi dell’art. 1815 co. 2 c.c.

Tanto premesso, il giudice, pur non indicando con precisione né il parametro con cui il tasso moratorio dovrebbe essere raffrontato (se lo stesso previsto per il tasso corrispettivo oppure uno diverso), né le modalità con cui il medesimo dovrebbe essere calcolato ai fini della determinazione del tasso effettivo globale, stabilisce due importanti principi.

In primo luogo, “non hanno rilievo situazioni meramente potenziali, prive di riscontro nel reale svolgimento del rapporto tra le parti”. Perciò, ammessa la rilevanza degli interessi moratori ai fini delle verifiche antiusura, non è condivisibile l’idea per cui venga invocata la gratuità del mutuo senza che la mora sia stata effettivamente applicata dalla Banca né, tanto meno, senza che l’attore ne abbia provato l’effettivo e concreto pagamento.  In altri termini, non si ha usura se si considera solo “lo scenario peggiore per il finanziato”, ossia l’inadempimento o il ritardo nel pagamento di tutte le rate: questa, infatti, è una situazione, il cui accadimento – pur previsto espressamente nel contratto in questione – risulterebbe meramente eventuale ed aleatorio e, pertanto, la sua semplice previsione non è adatta ad integrare, di per sé, una fattispecie (quella di usura) tale da presentare risvolti anche penalmente rilevanti.

In secondo luogo, il giudice ha evidenziato le differenze, quanto a natura e funzioni, del tasso moratorio rispetto al tasso corrispettivo, per cui: “nella determinazione del Teg bisogna tener conto della diversa natura degli interessi, atteso che quelli corrispettivi rappresentano un debito certo, con un sicuro impatto sul costo del credito, mentre quelli moratori sono dovuti solo se si verifichi un ritardo nel pagamento, con un impatto non determinabile ex ante, in quanto dipendente dall’entità e dalla durata dell’inadempimento”.

Di conseguenza pare che il giudice, con tale precisazione, pur non affermandolo espressamente, voglia sostenere l’idea, assai dibattuta in giurisprudenza, per cui, a seconda che si voglia verificare l’usurarietà del tasso corrispettivo o di quello moratorio, si debbano individuare modalità di calcolo del tasso soglia differenti, che tengano conto delle diversità ontologiche e strutturali dei due indici.

Il Tribunale torinese, infine, si pronuncia, pur brevemente, sulle altre doglianze sollevate da controparte in merito allo stesso finanziamento.

Giudica così “irrilevante”, ai fini delle verifiche antiusura, la pretesa sommatoria degli interessi corrispettivi e di quelli moratori in quanto “i primi si applicano sul capitale a scadere, mentre i secondi operano solo sul debito scaduto, rispetto al quale il tasso di mora sostituisce quello corrispettivo”.

Respinge le domande avanzate in punto di ISC per mancata indicazione, anche nella perizia, non solo dell’indice, superiore a quello pattuito che, a dire dell’attore, sarebbe stato effettivamente applicato, ma anche dell’ammontare delle somme richieste, in quanto indebitamente versate.

Conferma l’indirizzo giurisprudenziale, ormai consolidato, secondo cui il c.d. piano di ammortamento alla francese da un lato “rientra nell’ambito dell’autonomia contrattuale delle parti”, dall’altro non implica necessariamente un fenomeno di anatocismo, in violazione dell’art. 1283 c.c.

Dunque, alla luce di quanto esposto, il Tribunale di Torino ha rigettato integralmente le domande attoree con conseguente condanna al pagamento delle spese di lite.

Tribunale di Torino, 20 marzo 2018, n. 1386 (leggi la sentenza)

Rosamaria Labbate – r.labbate@lascalaw.com

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