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Monte dei Paschi per il Tesoro un salvataggio in profondo rosso

L’uscita dal guado per Mps è lenta e faticosa, come previsto. Lo hanno capito anche a Piazza Affari, dove a fine ottobre l’azione è rientrata dopo quasi un anno con un rimbalzo tecnico, seguito da un calo costante, acuito dopo la tornata di conti ancora in forte rosso e con poche tracce di un rilancio commerciale. Lo smacco è anzitutto per l’azionista Tesoro, che dal 2015 ha versato 5,6 miliardi di euro per tenere viva e dopo -5,29% di ieri a 3,4 euro calcola sul suo 68% una minusvalenza teorica da 2,98 miliardi. Soldi che sarà difficile da recuperare dovendo vendere entro il 2021 ( lo chiede Bruxelles). Il caso è anche politico: candidato del Pd alla Camera a Siena è il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan, cui il centrodestra contrappone il responsabile economico della Lega Claudio Borghi, eurocritico e tonante sulla gestione del dossier.
Il ritorno dello Stato nel capitale Mps risale a luglio 2015 con la cedola in azioni dei Monti bond, prestati a Mps per puntellare i bilanci. La banca, avendo chiuso il 2014 in rosso, può pagare gli interessi in azioni e lo fa, rendendo il Tesoro socio di punta nello squagliarsi della compagine. Quei 243 milioni sono pagati con azioni a un valore – considerate le ricapitalizzazioni successive – che oggi equivale a 170 euro. Il Tesoro tiene un profilo basso nell’intento dichiarato di vendere prima possibile. Ma l’azione, per le disavventure contabili e operative, continua a scendere: vendere è sconsigliato, anzi l’avvitamento della banca porta al flop della ricapitalizzazione sul mercato; proprio nelle stesse ore del No al referendum costituzionale (una zeppa per il governo che intanto negoziava densi piani di rilancio su Mps con Bce e Commissione Ue).
Il Tesoro per evitare il crac mette altri 3,85 miliardi (giugno 2017) a 6,5 euro per azione, a sconto rispetto al concambio di 8,65 a cui sono coinvolti nelle perdite i bond subordinati emessi da Mps per gli investitori esperti. Purtroppo, al Tesoro entro tre mesi tocca sborsare altri 1,5 miliardi per ristorare quei sottoscrittori di obbligazioni che esperti non erano e avevano comprato nel 2008 i bond Upper tier 2 agli sportelli Mps in tagli da mille euro.
Al rientro in Borsa di fine 2017 l’ad Marco Morelli ha presentato agli investitori di tutto il mondo una storia di ristrutturazione, incardinata su tre pilastri. Il primo era la messa in sicurezza del bilancio senese, attraverso la cessione di 25 miliardi di sofferenze creditizie da cartolarizzare. L’operazione, con qualche ritardo e complessità, è stata perfezionata un mese fa. Secondo pilastro era il ritorno a finanziamenti stabili, e ci si sta arrivando, con depositi aumentati a circa 62 miliardi (51 a fine 2016) con un interesse medio sceso di 12 punti base. Sul terzo pilastro, la ripresa dell’attività commerciale, la trimestrale al 31 dicembre dice che ancora non ci siamo: 502 milioni di perdita causata da nuove rettifiche su crediti, tra cui l’anticipo dei costi per vendere la piattaforma di gestione degli Npl (170 milioni) e nuovi accantonamenti per 95 milioni chiesti dalla Bce dopo l’ennesima ispezione. Tutte le variabili commerciali, inoltre, risentono della perdita di masse per 40 miliardi (12 di raccolta, 28 di impieghi) con cui Mps è entrata nel 2017: il margine d’interesse cala del 12%, i ricavi del 42%, le commissioni sono ferme e l’utile operativo fa -80%.
L’anno nuovo, messe alle spalle le zeppe del passato, vedrà la banca puntare tutto sul rilancio operativo, senza il quale sarà quasi impossibile per il management Mps istradare la banca verso l’atto finale del salvataggio 2017, che negli accordi con l’Ue e negli intendimenti del governo passa per una fusione che permetta al Tesoro di monetizzare la quota. Ma più in Borsa il prezzo s’allontana, più l’operazione futura rischia di somigliare a quelle recenti, in cui il gruppo compratore paga con gli spiccioli e il disturbo. Intanto Ubi, la rivale bergamasca che nel luglio 2016 aveva fatto approvare al suo consiglio di gestione un piano di acquisizione di Mps, chiamata in causa da voci di stampa si è affrettata a smentire « categoricamente l’esistenza di dossier e di qualsiasi tipo di negoziazione con il Monte dei Paschi».

Andrea Greco

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