Modelli 231 e nuovo indirizzo giurisprudenziale

Cass., 30 gennaio 2014, Sez. V, n. 4677 

Una nuova rotta nel panorama giurisprudenziale in materia di c.d. responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del Decreto Legislativo n. 231 del 2001 (di seguito “Decreto 231”), è stata introdotta dalla Corte di Cassazione chiamata a pronunciarsi su una importante recente sentenza (la più importante attualmente nell’orizzonte giurisprudenziale in materia) che ha visto coinvolta la società Impregilo S.p.A. (oggi Salini Impregilo S.p.A) in seguito a condotte illecite tenute dal presidente del consiglio di amministrazione e dall’amministratore delegato i quali, circa una decina di anni fa, commisero i reati di false comunicazioni sociali e aggiotaggio (art. 25-ter, lett. a ed r del Decreto).

Il tribunale di Milano, in primo grado, ed il giudice dell’appello in secondo, rispettivamente nel 2009 e nel 2012, avevano ritenuto la società incolpevole per essersi dotata di un modello di organizzazione, gestione e controllo (di seguito “Modello”) precedentemente alla commissione dei suddetti reati.

L’articolo 6 del Decreto 231 prevede quale esimente per la società, al fine di evitare una responsabilità a proprio carico, l’aver predisposto, adottato ed efficacemente attuato un modello di organizzazione, gestione e controllo, finalizzato a formalizzare procedure e/o protocolli operativi interni che creino idonei presidi volti ad evitare la commissione di reati-presupposto.

La Corte di Cassazione,V Sezione con sentenza n. 4677 depositata il 30 gennaio 2014, ha annullato la decisione della Corte di Appello di Milano del 18 giugno 2012, rinviando così la causa ad altra Sezione del medesimo giudice di secondo grado, asserendo che la società non si fosse dotata di un Modello  idoneo ad impedire gli eventi di reato e, non potesse quindi essere ritenuta non colpevole per la commissione dei “reati presupposto” realizzati dai suoi vertici.

Il nuovo approccio della Suprema Corte ribalta quella che è stata fin’ora la tendenza prevalente di dottrina e giurisprudenza in materia di responsabilità amministrativa ai sensi del Decreto 231.

Difatti, con tale sentenza, gli Ermellini hanno evidenziato un tassello importante che i giudici non possono sottovalutare nel ritenere efficacemente sussistente la esimente del Modello 231 ai fini della dichiarazione di non colpevolezza della Società.

Ad avviso della Corte, infatti, l’iter interno di produzione dei comunicati stampa da pubblicare  (nel caso di specie contenenti l’esposizione non veritiera di fatti concernenti Impregilo) presentava una pecca cruciale, in quanto tali comunicati venivano direttamente finalizzati dai soggetti apicali (Presidente del Consiglio di amministrazione e Amministratore delegato) sulla  base di bozze predisposte da soggetti ad essi subordinati, e senza che alcun altro soggetto interno (o esterno) avesse poi, e successivamente, voce in capitolo sul contenuto del testo che presidente e amministratore delegato decidevano di diffondere sul mercato. Tale fattispecie, ovvero la mancata previsione di un controllo, anche solo di orientamento, su tali comunicati contrasta inevitabilmente con le caratteristiche che l’art. 6 del Decreto 231 richiede affinché un modello di organizzazione, gestione e controllo sia considerato idonea esimente.

Sembra chiara la tendenza segnata dalla Suprema Corte con tale pronuncia: (i) da un lato, evidenzia la necessità per le società di prevedere procedure aziendali specificamente finalizzata alla prevenzione dei reati-presupposto ex Decreto 231 ed in grado di garantire l’effettiva applicazione di presidi volti al contenimento del rischio di commissione degli stessi, (ii) dall’altro, chiama il giudice a valutare l’adeguatezza del Modello predisposto, rispetto agli  scopi che esso si propone di raggiungere, ovvero la prevenzione dei reati-presupposto.

19 marzo 2014

(Ornella Carleo – o.carleo@lascalaw.com)

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