O mia bella mora…

Ai fini dell’usura, la rilevanza degli interessi moratori, pattuiti quale forfettizzazione del danno conseguente all’eventuale mancato adempimento del mutuatario nel rimborso delle somme concesse a titolo di mutuo, è da considerarsi inammissibile.

È quanto recentemente ribadito dal Tribunale di Brescia, il quale ha considerato – conducendo l’analisi del contratto di mutuo anche sotto il profilo economico – che i decreti del Ministero dell’Economia e delle Finanze con cui, in attuazione della l. n. 108/96, sono periodicamente individuati i tassi effettivi globali medi rilevanti ai fini dell’usura, non tengono in considerazione gli interessi moratori.

Peraltro, anche la Banca d’Italia, con comunicazione del 3 luglio 2013, ha chiarito che gli interessi di mora rimangono debitamente esclusi dal calcolo del TEG in ragione del fatto che trattasi di oneri eventuali la cui debenza ed applicazione cadono solo a seguito dell’inadempimento.

Il Tribunale lombardo ha, dunque, precisato che “tale assunto è posto alla base del ragionamento seguito dalla Suprema Corte nella sentenza n. 12695 del 22.6.2017 (trattando in tema di commissione di massimo scoperto), secondo cui il giudizio in punto di usurarietà, proprio perché basato sul raffronto di un dato concreto (TEG applicato nell’ambito del contratto oggetto del contenzioso) ed un dato astratto (il TEGM rilevato con riferimento alla tipologia di appartenenza del contratto in questione), può validamente determinarsi solo sulla scorta di identici criteri e formule matematiche. Ne consegue che attuare il confronto del TEG contrattuale, computando voci estranee al corrispettivo (interessi di mora o, comunque, oneri connessi all’inadempimento) con il tasso soglia, conduce ad un risultato già in partenza viziato. A maggior ragione se si raffronta direttamente il tasso di mora pattuito in contratto con il tasso soglia usura determinato senza tener conto del primo. (…) Si torna, quindi, alla ragione principale per cui la tesi non appare fondata, ossia la diversità ontologica e funzionale degli interessi di mora con quelli corrispettivi, da cui discende che, anche volendo ipotizzare la verifica degli interessi di mora con TSU, non possono essere utilizzati i medesimi termini di paragone”.

Il giudice bresciano analizza, poi, a fronte della richiesta attorea di declaratoria di gratuità del mutuo, quale sanzione potrebbe essere applicata in ipotesi di usurarietà dell’interesse moratorio pattuito, giungendo alla conclusione che – quandanche si volesse considerare accoglibile la tesi della rilevanza del tasso di mora – non potrebbe, in ogni caso, trovare accoglimento l’applicazione dell’art. 1815, II co. c.c..

La suddetta previsione normativa, infatti, deroga la disciplina generale in tema di invalidità delle singole clausole contrattuali, dettata dall’art. 1419 c.c., e stabilisce, quale conseguenza della nullità della clausola, non già la sua inefficacia, estensibile – se essenziale – al contratto nel suo insieme (art.1419, primo comma, cc), né l’inserimento automatico della misura di legge (combinato disposto artt.1419 c.c. e 1339 c.c.), bensì, più radicalmente, l’azzeramento dell’interesse pattuito nella clausola.

Tuttavia, “la determinazione dell’interesse moratorio, ancorché, eventualmente, ricompresa nel medesimo articolo del contratto, è autonoma e ben distinta da quella di determinazione dell’interesse corrispettivo. Ne consegue che l’eventuale invalidità della clausola relativa al tasso moratorio non si estende a quella relativa all’interesse corrispettivo, che resta valido e pienamente efficace anche nel caso in cui la previsione contrattuale relativa all’interesse moratorio risulti nulla perché usuraria”.

Quindi, nell’ipotetico caso di declaratoria di nullità della pattuizione di interessi moratori, tale effetto invalidante non si estenderebbe a quella relativa all’interesse corrispettivo.

Tra i rimedi esperibili in caso di usurarietà della mora, poi, il Tribunale indica – posto che la convenzione di interessi moratori può essere intesa come particolare forma di clausola penale – l’applicazione dell’“art. 1384 c.c., con la possibilità di riduzione giudiziale (ad equità, ndr) della penale di un importo manifestamente eccessivo” oppure, in alternativa, si potrebbe procedere – in ossequio ad un altro filone giurisprudenziale –  “alla sola eliminazione della possibilità di applicare gli interessi moratori, con connessa sopravvivenza di quelli compensativi”.

Infine, appare doveroso porre in risalto un importante passaggio del provvedimento in commento, nel quale il Tribunale chiarisce ai mutuatari, che sempre più di frequente avanzano – nei confronti degli Istituti di credito – azione di ripetizione d’indebito sostenendo che le recenti pronunce della Suprema Corte giustificherebbero la sommatoria dei tassi di interesse corrispettivo e moratorio pattuiti in contratto, che “la pronuncia di Cass. n. 23192/17, così come la precedente n. 350/2013, non afferma che, per verificare l’esistenza di interessi usurari, debba effettuarsi la somma degli interessi corrispettivi e di quelli di mora. (…) Tale operazione non appare convalidata da nessuno degli approdi della Corte di Cassazione (Cass. 5598/2017; Cass. 23192/2017; Cass. n. 5324/2017).”

 Tribunale di Brescia, 19 aprile 2018, n. 1191 (leggi la sentenza)

Andrea Maggioni – a.maggioni@lascalaw.com

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