In medio stat virtus

L’inottemperanza, ingiustificata, della parte all’ordine del giudice ex art. 5 comma II° D. lgs .28/10, di partecipare alla mediazione, costituisce grave inadempienza, dalla quale può discendere l’applicazione della sanzione di cui al terzo comma dell’art.96 cpc, (…)  e ciò in quanto  tale condotta costituisce sempre illecito, tale da giustificare l’applicazione della sanzione di cui al terzo comma dell’art.96 cpc.

In questi termini si è espresso il giudice di prime cure del Tribunale di Roma, il quale nel decidere in ordine alla mancata partecipazione di una Compagnia Assicuratrice alla procedura di mediazione disposta con apposita ordinanza, l’ha condannata alla sanzione prevista dal terzo comma dell’art. 96 c.p.c.

Ed invero, in attuazione della riforma realizzata con legge n. 69 del 2009 che ha rinnovato i caratteri precipui dell’istituto suddetto, l’Autorità giurisdizionale ha facoltà di impartire la sanzione ivi previsa, sussistendone i requisiti.

In particolare, alla luce della modifica, non è più necessaria la dimostrazione dell’esistenza di un danno in capo alla parte che si è vista pregiudicata dalla condotta ingiustificata di controparte, potendo il giudice disporre autonomamente in base al terzo comma della norma de qua e anche in assenza di espressa richiesta. Ciò è tanto più vero se solo si presta attenzione alla circostanza che la disposizione così come riformata, non assume i connotati di  un  vero e proprio risarcimento del danno  a favore di una parte, ma piuttosto di un semplice indennizzo il cui ammontare è rimesso al prudente apprezzamento del giudice decidente. Essa ha lo scopo di svolgere una funzione deterrente e punitiva nei confronti della parte condannata la quale, in chiara violazione dei principi di efficienza ed economicità che regolano il processo civile, decide imprudentemente, se non addirittura deliberatamente, di appesantire  inutilmente il corso della giustizia, decretando di non avvalersi, come nel caso di specie, del procedimento di mediazione peraltro disposto per ordine del giudice.

Sul punto tuttavia corre l’obbligo di rilevare che, benché non sia espressamente richiesto, la giurisprudenza maggioritaria ritiene che sia comunque necessaria la sussistenza dell’elemento soggettivo quanto meno della colpa grave (cfr. ex multis Cassazione civile, sez. II, del 21.11.2017,  n. 27623).

Ciò posto, ai fini del caso di specie, secondo il giudice di prime cure, la circostanza inequivoca che la compagnia assicuratrice, chiamata a manlevare la parte dall’eventuale condanna al risarcimento dei danni, abbia deliberatamente scelto, di non aderire alla mediazione demandata dallo stesso giudice con ordinanza, senza addurre giustificato motivo, integra certamente un’ ipotesi dolosa e pertanto  passibile dell’irrogazione della sanzione di cui all’art. 96 c.p.c. III c. , dovendo qualificare l’atto di rifiuto immotivato totalmente inescusabile.

D’altra parte, la disciplina in tema di mediazione, pur disponendo all’ articolo 8 comma 4 D. lgs 28 /2010  che “dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione, il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio oltre che disporre la condanna della parte al versamento di una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto per il giudizio”, non offre al giudicante uno strumento di effettiva funzione deterrente, impedendogli di fatto di scongiurare condotte come quelle descritte in narrativa. Per tale ragione la possibilità di “arricchire” il ventaglio sanzionatorio con la condanna declinata al III c dell’art. 96 cp.c. ha il pregio di dotare il giudice di uno strumentario più nutrito che disincentivi effettivamente comportamenti inutilmente ostruzionistici rispetto all’impiego di procedure di risoluzione delle controversie alternative al giudizio di merito.

Ciò è ancora più vero se solo si osserva che il giudice, mediante il descritto istituto, può agire con funzione punitiva, calibrando il quantum di pena da irrogare. Quest’ultima infatti dovendo essere comunque proporzionata alla gravità dell’illecito, per essere effettivamente deterrente, deve essere:

  1. Rapportata all’elemento soggettivo della condotta posta in essere; in particolare, come nel caso di specie, il giudice ha ovviamente ritenuto che dovesse ritenersi sussistente il dolo in capo all’Assicurazione posto che “la cosciente e volontaria renitenza, disattendendo il motivato e ragionevole invito del giudice di cercare di trovare un conveniente accordo, non ha lasciato adito a dubbi nel merito, preferendo l’Assicurazione portare alle estreme conseguenze il giudizio di merito piuttosto che ragionare e discutere responsabilmente in sede conciliativa”.
  2. Parametrata alla qualifica ed alle caratteristiche del responsabile della condotta, soprattutto in ragione della capacità, della perizia e della prudenza nell’ assumere condotte consapevoli; e., nel caso che ci occupa, il giudice ha ritenuto che, stante la natura dell’Assicurazione, soggetto strutturato, consapevole e dotato di elevata organizzazione, la condotta di disattendere l’ordine del giudice dovesse valutarsi con maggior rigore;
  3. Correlata alla forza ed al potere economico del responsabile, che secondo le circostanze può abusare del giudizio di merito, senza avvertire le conseguenze, anche economiche, di un’annosa prosecuzione della vicenda processuale.

Alla luce di quanto  esposto, la presente pronuncia si annovera nel solco di quelle decisioni, conformi all’indirizzo descritto,  che accolgono con favore e attualizzano la volontà del Legislatore di favorire l’impiego massivo di procedimenti di composizione stragiudiziale delle controversie, aventi una vocazione squisitamente deflattiva del contenzioso civile (cfr. ex multis Tribunale Firenze, Sent.  del 27.01.2017; Tribunale Di Vasto, Ord. del 20.12.2016; Tribunale Di Mantova, Sent. del 06.12.2016; Trib di Vasto, Ord. 23.04.2016; Tribunale Firenze, Sent. Dell’01.02.2017).

Tribunale di Roma, Sez. III Civ., 26 ottobre 2017 (leggi la sentenza)

Roberta Bramanti – r.bramanti@lascalaw.com

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