Mediazione: conta la “sostanza”

Un quarto d’ora non è tempo sufficiente per un valido tentativo obbligatorio di conciliazione, tanto da poter causare una (“indigesta”) declaratoria di improcedibilità nel processo civile successivamente incardinato, seguita dalla condanna alla rifusione delle spese di lite.

Difatti, prima di “passare alle cose formali” (per dirla alla maniera di un noto dirigente sportivo), quali la definizione della procedura di mediazione e la firma del verbale negativo, propedeutiche alla formulazione di una domanda giudiziale procedibile ex art. 5, comma 1, D.Lgs. 28/2010, le parti convenute in mediazione devono provare “effettivamente” a raggiungere un’intesa in questa sede.

Coerentemente, anche il mediatore, in occasione del primo incontro, ha l’onere di vagliare in concreto la possibilità che la procedura venga coltivata, senza, perciò, limitarsi ad interrogare le parti sulla volontà o meno di transigere. In altre parole, prima che la mediazione venga dichiarata conclusa, è necessario aver esperito un serio e sostanziale tentativo di comporre il conflitto fra “istante” e “invitato”, pena (comunque) l’improcedibilità del conseguente giudizio civile.

A commento di siffatto principio la Corte d’Appello di Milano, confermando la sentenza di primo grado del Tribunale di Busto Arsizio, con pronuncia emessa lo scorso 10 maggio 2017, ha precisato che la procedura di mediazione non più ridursi ad un incontro istantaneo, finalizzato semplicemente a verbalizzare il fallito tentativo di conciliazione.

Nel difendere il valore funzionale del procedimento mediatorio, consacrato nelle articolazioni dell’art. 8, D.lgs. cit., i consiglieri meneghini hanno ritenuto corretta, ratione materiae, la sospensione del giudizio di prime cure disposta dal Tribunale di Busto Arsizio, per l’espletamento della mediazione obbligatoria, ma censurato le modalità di esecuzione della stessa, avviata e conclusa nell’arco di appena 15 minuti.

In definitiva, per i consiglieri d’appello, infatti, l’ordine di procedere in mediazione, disposto dal giudice di primo grado, è valso come disatteso dalle parti (e segnatamente dall’appellante), benché le stesse siano, di fatto, comparse dinanzi all’incaricato organismo ed abbiano sottoscritto verbale negativo.

Spiega, al riguardo, la corte territoriale, che “l’accoglimento di una diversa soluzione non solo si porrebbe in contrasto con la finalità dell’istituto, che mira a provocare una comunicazione e una interazione tra i soggetti in conflitto per renderli concretamente in grado di sondare la possibilità di un accordo, ma verrebbe anche a configgere con il principio del giusto processo”.

Osservano, poi, i giudici di seconda istanza: “Ritenere che l’ordine del Giudice sia osservato quando le parti si rechino dal mediatore per limitarsi a dichiarare di non voler procedere oltre, in tal modo esercitando una sorta di veto assoluto ed incondizionato sulla possibilità di dare seguito alla procedura, è conclusione certamente irrazionale e soprattutto non conforme ad una lettura sistematica e teleologica della normativa”.

In conclusione, onde evitare un’inattesa pronuncia di improcedibilità, è opportuno che le parti affrontino la procedura di mediazione non come un “mero adempimento burocratico”, ma come “un’occasione utile per ricercare una soluzione extra giudiziale della controversia”, dedicando, a tale proposito, il lasso di tempo adeguato.

Corte di Appello di Milano, sentenza del 10 maggio 2017 (leggi la sentenza)

Benedetto Losacco – b.losacco@lascalaw.com

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