Manifestazione della volontà contrattuale: firma o sigla non fa differenza

“Siglare” un documento, per indicare di averne preso visione, equivale a far proprie le determinazioni ivi contenute, se espressive delle volontà del “siglante”. Ciò equipara, in tutto e per tutto, la sigla alla firma. Questo, il principio enucleabile da una recentissima sentenza del Tribunale di Milano.

Il caso in commento trae origine dall’iniziativa giudiziale di un intermediario finanziario – cessionario di un credito precedentemente azionato in via monitoria dalla banca cedente, nei confronti di un’impresa, e rinveniente da un ingente scoperto di conto corrente imputato a quest’ultima – il quale, dopo aver stipulato un accordo “a saldo e stralcio” con l’impresa debitrice ed il relativo fideiussore, aveva visto questi ultimi inadempienti.

Posto il mancato assolvimento delle obbligazioni assunte, in via solidale, dall’impresa – in liquidazione – e dal garante, mercé la predetta scrittura privata, l’intermediario ricorreva per decreto ingiuntivo al Tribunale di Milano al fine di ottenere, dal solo garante, il pagamento del quantum garantito. Il garante, ingiunto a pagare, proponeva opposizione avverso il provvedimento monitorio ottenuto dall’intermediario, contestando l’autenticità della firma apposta sulla scrittura azionata e l’idoneità della stessa a sancire l’assunzione dell’obbligazione fideiussoria ed invocando, conseguentemente, declaratoria di nullità o inesistenza della garanzia escussa.

Parte opposta, nell’insistere per l’accoglimento della pretesa creditoria avanzata ed il conseguente rigetto delle domande avverse, chiedeva al giudice di sottoporre la sottoscrizione del garante a CTU grafologica, onde verificarne l’asserita apocrifia.

Sospesa la provvisoria esecutorietà del decreto ingiuntivo, il giudice dell’opposizione, dopo numerosi – ma vani – tentativi di bonario componimento coltivati dalle parti, ammetteva l’istanza istruttoria formulata dall’opposta ed incaricava un perito per l’espletamento dell’indagine tecnica-grafologica.

Alla luce dei rilievi espressi dal proprio ausiliare, il Tribunale di Milano, in ultimo, rigettava l’opposizione interposta dal garante, attribuendo al confermato decreto ingiuntivo definitiva efficacia esecutiva e condannando l’opponente alla rifusione delle spese legali.

Il giudicante motivava la propria decisione, osservando, in merito alla contestata autenticità della firma, che l’opponente, nel corso delle operazioni peritali – all’esito delle quali sarebbe comunque emersa l’apocrifia della relativa sottoscrizione, in calce all’accordo – aveva riconosciuto come autografe le sigle presenti sui primi due fogli della scrittura.

In virtù di tale ammissione, il giudice, assimilando la sigla – quale manifestazione del consenso – alla firma “per esteso”, riteneva integrata la conoscenza della scrittura da parte del garante, in quanto quest’ultimo, pur non essendo risultato autore della sottoscrizione apposta sulla terza pagina del documento, aveva ammesso di averne vergato le prime pagine con proprio segno grafico.

La difesa del garante tentava di sanare la predetta contraddittorietà fra l’ammissione di paternità delle due sigle e l’acclarata estraneità della firma “per esteso”, asserendo di aver apposto le prime solo per significare di aver preso visione del documento –  da sottoscrivere in un secondo momento –, al quale, nella buona fede dell’intermediario, sarebbe stata poi apposta firma dalla penna di terzi.

La tesi dell’opponente, tuttavia, non incontrava il favore del magistrato, il quale, piuttosto, letteralmente statuiva: “l’apposizione di una sigla, infatti, equivale a tutti gli effetti alla sottoscrizione per esteso di un documento, senza che all’una possa aprioristicamente essere attribuito un significato differente e minore rispetto all’altra; in difetto, pertanto, di una annotazione alcuna che riducesse il significato delle sigle a una mera presa visione del documento, deve ritenersi che con esse l’opponente abbia manifestato la volontà di fare propria la scrittura privata e, quindi, le pattuizioni ivi contenute, ovviamente per la parte di sua pertinenza. Tale riconosciuta manifestazione di paternità del contenuto della scrittura privata– proseguiva il giudicante – “non può venire meno per il fatto che qualcuno non identificato abbia in un secondo momento (la cronologia è sostenuta dallo stesso opponente) apposto una firma per esteso apocrifa, dal momento che tale sopravvenienza non fa venir meno il consenso negoziale in precedenza manifestato”.

Rispetto alle sopra riportate considerazioni, il giudice, dunque, concludeva: “alla luce di quanto emerso nel corso delle operazioni peritali, deve ritenersi essere divenuto irrilevante l’accertamento stesso della genuinità o dell’apocrifia della sottoscrizione per esteso vergata in calce al secondo foglio della scrittura privata”.

La trattazione della disconosciuta autenticità della firma in calce alla scrittura privata, eseguita dal Tribunale milanese nei termini che precedono, ha poi condotto, per conseguenza logica, al rigetto della seconda contestazione a fondamento dell’opposizione: l’idoneità della sottoscrizione in parola a determinare l’assunzione della garanzia.

In definitiva, il Tribunale di Milano ha ritenuto dirimente la controversia in commento l’assimilazione della semplice sigla alla firma, in quanto ritenute annotazioni utili a manifestare, con la stessa efficacia, la volontà del sottoscrittore, espressa nel documento sulle quali sono apposte.

Tribunale di Milano, 20 marzo 2018, n. 3164 (leggi la sentenza)

Benedetto Losacco – b.losacco@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche

E’ di pochi settimane fa la sentenza pronunciata ex art. 281 sexies c.p.c., n. 20774, dal Tribunal...

Contratti Bancari

Il Tribunale di Cassino, nella vertenza avente ad oggetto un’opposizione a decreto ingiuntivo prom...

Contratti Bancari

Va esclusa la comunicabilità agli interessi corrispettivi della eventuale invalidità della pattuiz...

Contratti Bancari