Mancato versamento sistematico dei contributi previdenziali: è bancarotta

In tema di fallimento determinato da operazioni dolose, il nesso di causalità tra operazione dolosa ed evento fallimentare non viene interrotto dalla preesistenza di una causa in sé efficiente verso il dissesto.

La Corte di appello territoriale, in parziale riforma della sentenza del Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale, emessa all’esito di giudizio abbreviato e appellata dagli imputati, ha assolto gli stessi dall’imputazione di bancarotta fraudolenta documentale e ha rideterminato la pena loro inflitta in anni 2 e mesi 8 di reclusione, revocando l’interdizione dai pubblici uffici e confermando nel resto la sentenza impugnata per il reato di cagionato fallimento mediante operazioni dolose di imputazione ex art. 110 c.p.  , artt. 223, 216 e 219 L. Fall..

Con il primo motivo proposto ex art. 606 c.p.p.  , comma 1, lett. b) gli imputati denunciavano  violazione di legge in relazione all’ art. 223, comma 2, L. Fall.  e lamenta erronea qualificazione giuridica del fatto, nonché vizio di motivazione: agli imputati era contestato il reato di bancarotta fraudolenta impropria per aver con operazioni dolose cagionato il fallimento e non già quello di aver dolosamente cagionato il fallimento.

A prescindere dall’elemento soggettivo, era quindi necessaria la sussistenza del nesso causale fra le condotte e il fallimento, considerato come evento naturalistico. L’ art. 223, comma 2 L. Fall.  non sarebbe configurabile posto che la società versava da parecchi anni in stato di obiettivo dissesto, cui avrebbe dovuto seguire il fallimento, procrastinato e aggravato per effetto delle operazioni di elusione degli obblighi fiscali per rifinanziarsi; sarebbe piuttosto configurabile il reato di bancarotta semplice impropria societaria di cui all’ art. 224, comma 2, L. Fall. , a cui sarebbe conseguita la dichiarazione di estinzione del reato per intervenuta prescrizione.

Secondo il Supremo Collegio la questione appare manifestamente infondata.

L’art. 223, comma 2, n. 2, L. Fall.  sancisce l’applicabilità nei confronti degli amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori di società dichiarate fallite della pena prevista dal primo comma dell’art. 216, se hanno cagionato con dolo o per effetto di operazioni dolose il fallimento della società. Il successivo art. 224 prevede l’applicabilità delle più lievi pene stabilite nell’art. 217 agli amministratori, ai direttori generali, ai sindaci e ai liquidatori di società dichiarate fallite, i quali hanno concorso a cagionare od aggravare il dissesto della società con inosservanza degli obblighi ad essi imposti dalla legge.

Secondo l’orientamento costante della Suprema Corte “in tema di fallimento determinato da operazioni dolose, non interrompono il nesso di causalità tra l’operazione dolosa e l’evento fallimentare né la preesistenza alla condotta di una causa in sé efficiente verso il dissesto, valendo la disciplina del concorso causale di cui all’art. 41 c.p.  , né il fatto che l’operazione dolosa contestata abbia cagionato anche solo l’aggravamento di un dissesto già in atto. Un costante orientamento della Corte di Cassazione, dedicato alla tecnica di autofinanziamento mediante sistematico ricorso all’omissione del pagamento di imposte e contributi, afferma che in tema di bancarotta fraudolenta fallimentare, le operazioni dolose di cui all’art. 223, comma 2, n. 2, L. Fall.  possono consistere nel mancato versamento dei contributi previdenziali con carattere di sistematicità.”.

In particolare, le operazioni dolose di cui all’art. 223, comma 2, n. 2, L. Fall., attengono alla commissione di abusi di gestione o di infedeltà ai doveri imposti dalla legge all’organo amministrativo nell’esercizio della carica ricoperta, ovvero ad atti intrinsecamente pericolosi per la “salute” economico-finanziaria della impresa e postulano una modalità di pregiudizio patrimoniale discendente non già direttamente dall’azione dannosa del soggetto attivo (distrazione, dissipazione, occultamento, distruzione), bensì da un fatto di maggiore complessità strutturale riscontrabile in qualsiasi iniziativa societaria implicante un procedimento o, comunque, una pluralità di atti coordinati all’esito divisato. In applicazione di tale principio, è stata ritenuta corretta la qualificazione di operazione dolosa data nella sentenza impugnata al protratto, esteso e sistematico inadempimento delle obbligazioni contributive, che, aumentando ingiustificatamente l’esposizione nei confronti degli enti previdenziali, rendeva prevedibile il conseguente dissesto della società. Il fallimento determinato da operazioni dolose configura un’eccezionale ipotesi di fattispecie a sfondo preterintenzionale; l’onere probatorio dell’accusa si esaurisce nella dimostrazione della consapevolezza e volontà della natura dolosa dell’operazione alla quale segue il dissesto, nonché dell’astratta prevedibilità di tale evento quale effetto dell’azione antidoverosa, non essendo necessarie, ai fini dell’integrazione dell’elemento soggettivo, la rappresentazione e la volontà dell’evento fallimentare.

La Corte, per tali motivi, dichiarava inammissibile il ricorso e condannava il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila in favore della Cassa delle Ammende.

Cass., V Sez. Penale, 10 Gennaio 2018, n. 633

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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