Se manca la definitiva esecutorietà, il decreto ingiuntivo è opponibile al fallimento?

Il decreto ingiuntivo non munito, prima della dichiarazione di fallimento, del decreto di esecutorietà, non è passato in cosa giudicata formale e sostanziale e non è opponibile al fallimento neppure nell’ipotesi in cui il decreto ex art. 647 c.p.c. venga emesso successivamente.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 22220 del 16 luglio 2018, torna ancora una volta ad affrontare la tematica dell’opponibilità del decreto ingiuntivo al fallimento, ribadendo che il decreto ingiuntivo acquista efficacia di giudicato formale e sostanziale solo nel momento in cui il giudice, dopo averne controllato la notificazione, lo dichiara esecutivo ai sensi dell’art. 647 c.p.c.

Nel caso di specie, il credito di una Banca per saldo debitore di conto corrente era stato integralmente escluso dallo stato passivo di un fallimento poiché fondato su un decreto ingiuntivo privo della dichiarazione di definitiva esecutorietà. L’Istituto di credito aveva, quindi, proposto ricorso in opposizione allo stato passivo ai sensi dell’art. art. 99 l.f. e provveduto, nel corso del giudizio, al deposito della dichiarazione ex art. 647 c.p.c. la quale, però, recava data successiva alla dichiarazione di fallimento.

Secondo i Giudicanti della Suprema Corte, il procedimento di cui all’art. 647 c.p.c. è un procedimento privo di particolari formalità che implica il controllo della notificazione del decreto, del decorso del termine e della mancata opposizione o costituzione nei termini. Dato questo contenuto, il decreto di esecutorietà si distingue dalla mera attestazione di cancelleria, alla quale non può certamente reputarsi equivalente, sia sotto il profilo dell’organo emanante, sia sotto quello del contenuto del controllo, limitato il primo al fatto storico della mancata opposizione decorso il termine perentorio ed il secondo esteso all’accertamento della regolarità della notificazione.

Pertanto, quella prevista dall’art. 647 c.p.c., diversamente dalla funzione affidata al cancelliere dell’art. 124 o dall’art. 153 delle disposizioni attuative del c.p.c., consiste in una vera e propria attività del giudice all’interno del processo d’ingiunzione, a cui non può surrogarsi il giudice delegato in sede di accertamento del passivo.

Conseguentemente, l’assenza di definitiva esecutorietà, ante fallimento, del decreto ingiuntivo, posto dal creditore a fondamento della propria domanda di ammissione al passivo, si configura come fatto impeditivo all’accoglimento di quest’ultima ed oggetto di eccezione in senso lato, in quanto tale rilevabile anche di ufficio dal giudice.

Cass., Sez. I civ., 16 luglio 2018, n. 22220

Angelica Macchi – a.macchi@lascalaw.com

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