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Malta, ultimatum Eba su Pilatus Bank

A Malta non c’era un’autorità antiriciclaggio in grado di vigilare adeguatamente sui misfatti della Pilatus Bank, l’istituto bancario fondato da un uomo d’affari iraniano e diventato il buco nero degli intrecci finanziari dell’isola. Su questi intrecci stava indagando la giornalista Daphne Caruana Galizia quando fu fatta saltare in aria nella sua auto il 16 ottobre 2017. Anche se nessun elemento lega il suo assassinio alla Pilatus Bank, le successive indagini svolte da un gruppo di giornalisti internazionali hanno dimostrato come la banca fosse il crocevia di oscuri interessi politico-affaristici e di attività di riciclaggio internazionale sulle quali evidentemente anche le autorità di Malta hanno avuto una parte di responsabilità.
È quanto certifica l’Eba, l’Autorità bancaria europea, che in una raccomandazione pubblicata l’11 luglio ha invitato la Financial intelligence analysis unit (Fiau) maltese – ovvero l’organismo incaricato di vigilare sulle norme antiriciclaggio e antiterrorismo nell’isola – a recepire otto misure e a indicare entro 10 giorni i passi che ha intrapreso e che intende attuare per assicurare il rispetto delle normative europee. L’Eba non è tenera nei confronti della Fiau e l’accusa di «violazione» delle leggi dell’Unione europea sul riciclaggio e di «carenze» nell’attività di vigilanza sulla Pilatus Bank.
Parole pesanti, che dimostrano come qualcosa non abbia funzionato nel sistema di controllo maltese nonostante la banca fosse stata esplicitamente indicata negli articoli di Daphne Caruana Galizia come il centro di attività di riciclaggio.
La porta d’ingresso nella Ue
A dispetto della sua piccola taglia e della quantità di soldi che vi erano depositati (circa 250 milioni di euro), la Pilatus Bank era parte di una rete che dall’Azerbaijan si irradiava verso Dubai, la City di Londra, le Isole vergini britanniche, Panama, la Georgia, la Spagna e la Francia. Un network che vantava solidi agganci all’interno dello stesso governo di Malta e che fungeva da porta d’ingresso nell’Unione europea di capitali dalle origini poco chiare.
Ma c’è anche un altro aspetto che rende questa storia ancora più inquietante. Quattro mesi fa, il 21 marzo di quest’anno, negli Stati Uniti scattano le manette ai polsi del presidente della Pilatus Bank, l’iraniano Ali Sadr Hasheminejad, accusato di aver aggirato le sanzioni contro Teheran facendo transitare 115 milioni di dollari verso il suo paese grazie a contratti firmati con il Venezuela. Lo stesso giorno la Malta financial service authority (Mfsa), la stessa che nel 2013 aveva concesso la licenza alla banca, rimuove Hasheminejad dalla guida dell’istituto e congela le attività della banca. Lo scandalo si allarga e prende una piega politica inaspettata.
L’Azerbaijan connection
Qual era allora il vero ruolo della Pilatus Bank? Grazie alle rivelazioni di una ex dipendente della banca, la russa Maria Efimova, all’inizio del 2017 Daphne Caruana Galizia aveva cominciato a incrinare il muro di omertà che circondava la Pilatus Bank. Scopre così che la grande maggioranza dei 150 clienti della banca sono persone politicamente esposte, politici o familiari di politici, provenienti dalla ex repubblica sovietica dell’Azerbaijan. In particolare, nell’istituto maltese c’erano i conti di società offshore riconducibili ai figli del presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev, e del ministro delle Emergenze di Baku, Kamaladdin Heyradov. Si tratta delle due famiglie più potenti del paese. In particolare, gli affari di una delle società dei figli del presidente azero spaziano da Dubai alla Francia, dalla Spagna alla Georgia.
Questi elementi erano già contenuti in un rapporto scritto dagli ispettori della Financial intelligence analysis unit maltese che nel 2016 avevano compiuto un’ispezione nella banca rilevando alcune anomalie, proprio sul conto delle persone politicamente esposte. Gli ispettori torneranno una seconda volta nella Pilatus Bank ma chiuderanno l’accertamento senza prendere alcun provvedimento sanzionatorio nei confronti della banca. Sarà il campanello d’allarme che farà scattare le indagini dell’Eba sulla Fiau e sulla Mfsa (quest’ultima è ancora in corso), sollecitate dal Parlamento e dalla Commissione europea.
Gli intrecci politici maltesi
Nel corso dell’ispezione della Fiau era spuntato anche un pagamento sospetto di 100mila euro a Keith Schembri, capo dello staff del primo ministro laburista di Malta, Joseph Muscat. Il versamento proveniva da un altro conto acceso presso la stessa Pilatus Bank a nome di una società offshore delle Isole vergini britanniche. I soldi provenivano da Brian Tonna, capo di una società che si occupa del programma di “vendita” di passaporti maltesi a ricchi uomini d’affari – soprattutto russi – che vogliono acquistare una chiave d’ingresso per l’Unione europea.
Qualcuno potrebbe pensare a una tangente. Ma Schembri spiega che tempo prima aveva prestato quei soldi a Tonna per aiutarlo a sostenere le spese del divorzio e che adesso i 100mila euro gli venivano restituiti. Muscat gli crede e Schembri resta al suo posto. Del resto, il primo ministro di Malta e il capo del suo staff vantano una lunga frequentazione e nel 2015 erano stati insieme ospiti di un matrimonio celebrato in Italia, a Firenze. A sposarsi era il protagonista di questa storia: il presidente della Pilatus Bank, Ali Sadr Hasheminejad.

Angelo Mincuzzi

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