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Di Maio: “Soluzione per Alitalia” Ferrovie in pista con 200 milioni

Entro fine mese, assicura il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi di Maio, si chiuderà « brillantemente » il caso Alitalia, la compagnia di bandiera oggi commissariata. E si chiuderà sono parole sue – senza « altri soldi» pubblici, bensì utilizzando il prestito ponte da 900 milioni che lo Stato aveva concesso alla compagnia.
« Serve un controllo pubblico ma dobbiamo anche attrarre partner privati » , e dunque di quel prestito « ne convertiamo una parte in equity e poi tutta un’altra parte la raccogliamo sul mercato con gli attori privati», è il piano sbrigativo di Di Maio. Un piano che rischia però di scontrarsi prima di tutto con la Commissione europea. A Bruxelles già si indaga per capire se quel prestito ponte rappresenti un aiuto di Stato – proibito dalle regole Ue – e una sua conversione che portasse l’azionista pubblico nella compagnia difficilmente passerebbe l’esame.
Ma che futuro si sta delineando per Alitalia? L’idea è di permettere l’ingresso di Ferrovie tramite una quota vicina ai 200 milioni di euro, somma che potrebbe essere girata alle Fs da Cassa Depositi e Prestiti. Un investimento più o meno pari alla fetta di prestito ponte erosa durante la gestione commissariale. Oggi in cassa, secondo i tre amministratori straordinari, ci sarebbero infatti circa 760 milioni di euro comprensivi però di 140 milioni depositati a garanzia della regolarità del servizio della società. Ad esempio il grosso delle cauzioni – 103 milioni di euro – è oggi nelle mani della Iata.
La lettera di intenti delle Ferrovie per l’ingresso in Alitalia sarebbe già pronta. La compagnia dovrebbe poi restituire il prestito mentre Fs, grazie al suo apporto finanziario trasformato in azioni, diventerebbe l’azionista principale della compagnia. Fs in questo momento naviga in solitudine: è l’unica società pubblica disposta ad entrare in Alitalia, dopo il diniego di Eni e Poste. Una volta rientrata nella pancia dello Stato, la compagnia cederà i propri asset buoni – slot, aerei, hangar, immobili e parte dei dipendenti – a una NewCo nella quale potranno entrare, se le trattative in corso avranno esito positivo, anche altri soci disposti a investire una somma complessiva non inferiore ai 2 miliardi di euro. In pole position ci sono sempre Delta Airlines e China Eastern che sono legate, al pari di Alitalia, nella alleanza Sky Team. Oltre a statunitensi e cinesi, il progetto prevede la partecipazione degli inglesi di easyJet, che si occuperanno del lavoro “sporco” ovvero del ” federaggio” ( o alimentazione dei voli) di Malpensa e Fiumicino, dagli scali nazionali più piccoli.
Il governo però è pronto a mettere in campo un passaggio successivo per dare maggiori garanzie ad Alitalia sulle rotte nazionali, ovvero la revisione delle regole di ingaggio e utilizzo delle risorse pubbliche da parte delle compagnie low cost – su tutte Ryanair – negli aeroporti minori. Queste soluzioni permetteranno tutte insieme di mettere subito in pista il socio pubblico, che avrà in mano fino al 25% del capitale, per poi aprire la porta ad un gruppo di partner industriali.
Nei giorni scorsi il dossier Alitalia ha visto susseguirsi dietro le quinte diversi colpi di scena. La gestione della crisi è passata integralmente nelle mani del ministero dello Sviluppo e di quelle dell’Economia, esautorando il ruolo, peraltro già debole, del ministro dei Trasporti Toninelli.
Venerdì Luigi Di Maio incontrerà i sindacati, ai quali annuncerà l’avvio di questa “fase due” che nel 2019 metterà in pista l’ennesimo tentativo di salvataggio di Alitalia, il terzo in 10 anni, inframezzato da due fallimenti.
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