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L’ottimismo di Draghi “La crisi è alle spalle e l’Europa ritrova voce”

«La crisi è ora alle nostre spalle». Il giro di boa del voto in Francia ha visibilmente cambiato l’umore di Mario Draghi. Prima della tornata elettorale che ha fatto sfiorare l’infarto all’Unione europea, i suoi toni erano stati ancora cautissimi e il presidente della Bce aveva allontanato vigorosamente da sé l’idea di uscire dalla lunghissima fase emergenziale dei tassi bassi e dell’acquisto massiccio dei bond.
Tradizionalmente restìo a fare commenti politici, Draghi si è lanciato invece ieri in un’analisi delle ultime, ansiogene elezioni che hanno sventato, per ora, l’assalto dei populisti all’Europa. «La maggioranza silenziosa ha ritrovato la sua voce, il suo orgoglio e la fiducia in se stessa», ha scandito, ricevendo la laurea honoris causa dell’Università di Tel Aviv.
Per il banchiere centrale italiano, è arrivato il momento di guardare in avanti, di rilanciare il progetto europeo. Le elezioni in Olanda e in Francia, la solidità dei partiti tradizionali in Germania – che fa pensare a un’elezione che non sarà troppo insidiata dal pericolo della destra anti europeista – possono essere interpretate come l’emergere di «un’onda crescente di energia nel chiedere un’azione unitaria europea. L’Ue e l’euro hanno sempre avuto il sostegno della maggioranza dei cittadini europei, ma spesso si sentiva soltanto un’opposizione rumorosa ». Quella maggioranza silenziosa ora vive un riscatto anche attraverso il rilancio del progetto europeo e del motore franco-tedesco, annunciato lunedì da Angela Merkel e Emmanuel Macron e anticipato da Wolfgang Schaeuble già la scorsa settimana.
Dopo l’Unione bancaria, che ha significato una forte risposta unitaria alla Grande crisi e ha contribuito, insieme al celebre «siamo pronti a fare tutto il necessario», a scongiurare nel 2012 la disgregazione dell’euro, per Draghi è chiaro che «servono ulteriori progressi ». L’architettura dell’Unione economica e monetaria «resta incompleta sotto vari aspetti». La «riparazione è iniziata con l’Unione bancaria», ma «il lavoro è lungi dall’essere finito e le sfide vanno ben oltre l’Unione monetaria. Riguardano sicurezza, immigrazione, difesa e generalmente solo quelle sfide che possono essere affrontate solo condividendo sovranità ». La crisi ha portato «a una sorta di distruzione creativa», ha sottolineato il numero uno della Bce, che ha «reso più profonda la nostra comprensione dell’economia e ha dato vita alla nostra risposta politica».
Una risposta politica, che, se realizzata come accennato da Berlino e Parigi, potrebbe significare un sollievo notevole, per la Bce. Chi ha dovuto spesso arrivare ai limiti delle proprie possibilità e del proprio mandato per salvare l’euro dalla furia distruttrice dei mercati e dell’ondata di sfiducia che ha investito a più riprese l’eurozone, è stato Draghi.
L’idea di rafforzare l’eurozona, di trasformare il fondo salva- Stati Esm in un Fondo monetario europeo con più poteri e maggiori possibilità di intervento, il piano di un Parlamento per l’area della moneta unica o un budget specifico, sono novità che vanno tutte in direzione di un alleggerimento enorme degli oneri che gravano ora sulla Bce.
E se c’è qualcuno che non vede l’ora di tornare a fare una politica monetaria meno emergenziale che lo sottragga dal perenne fuoco di fila dell’azionista di maggioranza tedesco, è proprio Draghi. Ma intanto, è probabile che già dalla prossima riunione di giugno la Bce cominci a cambiare il proprio linguaggio per segnalare un orizzonte di uscita dalla fase di politiche monetarie straordinarie.
Del resto «la ripresa dell’Eurozona è solida e sempre più ampia fra i Paesi e settori», con «cinque milioni di occupati in più rispetto al 2013».
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