L’investitore, l’investimento e la perdita del capitale investito

La Suprema Corte conferma il corretto operato della Banca, all’esito di un zigzagante iter processuale che, dapprima, l’aveva vista soccombente ed in seguito vittoriosa in sede di gravame.

Con sentenza del Tribunale di Monza (n. 1248 dell’anno 2011), infatti, la Banca veniva condannata a risarcire all’investitore la perdita derivante dalla negoziazione di titoli obbligazionari emessi dalla Repubblica Argentina, in quanto ritenuto sussistente un inadempimento informativo ex art. 28 del Regolamento Consob n. 11522/1998 (“Nel caso di specie l’adempimento a detto obbligo specifico avrebbe imposto alla Banca di avvertire il cliente che, nonostante le obbligazioni oggetto dell’ordine risultassero emesse da uno Stato, come segnalato dalle principali agenzie internazionali di rating l’investimento era da considerarsi di natura speculativa e, pur essendo ancora collocato da Moody’s all’interno della migliore tra le categorie speculative (Ba3), comunque presentava sin dalla sua emissione (quindi anche nell’aprile/maggio del 1999) un rilevante grado di rischio del perdita del capitale  […] La convenuta non ha tuttavia in alcun modo dimostrato di aver fornito a[l cliente] dette specifiche informazioni, al momento dell’acquisto”).

Peraltro, il Collegio di primo grado assumeva anche la violazione dell’intermediario dell’obbligo di segnalazione di inadeguatezza delle operazioni di acquisto (“Con riferimento ai due ordini esaminati è pacifico che le prescrizioni sopra riportate non siano state osservate: in particolare, sarebbe stato dovere della banca segnalare al cliente come la destinazione di una somma consistente all’acquisto di titoli speculativi (quali all’epoca già erano le obbligazioni di Stato Argentine) costituisse operazione non adeguata, sia per tipologia che, soprattutto, per dimensioni”).

L’intermediario finanziario proponeva appello alla sentenza di prime cure, lamentando – inter alia –  l’erroneità della decisione assunta e, in particolare, riguardo alla) valutazione in ordine all’operato (corretto) della Banca alla luce del profilo soggettivo dell’investitore.

Accogliendo il primo motivo di impugnazione la Corte (con sentenza n. 30 dell’anno 2016) ha riformato nel merito la decisione del Tribunale, sottolineando che: (i) i titoli presentavano un grado di rischio di insolvenza molto “basso” (nella misura dell’1,57% ca) e quindi con grado di classificazione “accettabile” del rischio; (ii) il profilo soggettivo dell’investitore non faceva emergere, tenuto conto della pregressa operatività, elementi tali da far ritenere sussistente un profilo di rischio “conservativo”.

Nei confronti della sentenza della Corte d’Appello, quindi, proponeva ricorso avanti alla Suprema Corte l’investitore deducendo l’erroneità della statuizione della Corte di secondo grado.

Il Collegio di Legittimità, posti i limiti di riesame nel merito della vicenda, conferma la sentenza d’appello ritenendo che non esistevano “indicatori del pericolo connaturato all’acquisto dei bond (stimato dalle maggiori agenzie di rating come prodotto «accettabile con attenzione», non come titolo «indesiderabile» o «altamente speculativo» classificazioni, queste ultime, che le obbligazioni in questione avrebbero acquisito solo in seguito)”, rimarcando il concetto per cui la valutazione riguardante la (non) adeguatezza dell’investimento è rimessa “ai principi generali di correttezza e trasparenza, tendo conto di tutte le notizie di cui egli sia in possesso”.

Tribunale Monza, 27 aprile 2011, n. 1248 (leggi la sentenza)

Corte d’Appello di Milano, 11 gennaio 2016, n. 30 (leggi la sentenza)

Cass., Sez. VI Civ.,  24 ottobre 2017, n. 25193 (leggi la sentenza)

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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