L’ingerenza della società capogruppo nella gestione del rapporto di lavoro

Cass., 29 novembre 2o11, Sez lav., n. 25270

Massima: “In presenza di un gruppo di società, la concreta ingerenza della società capogruppo nella gestione del rapporto di lavoro dei dipendenti delle società del gruppo, che ecceda il ruolo di direzione e coordinamento generale alla stessa spettante sul complesso delle attività delle società controllate, determina l’assunzione in capo alla società capogruppo della qualità di datore di lavoro, in quanto soggetto effettivamente utilizzatore della prestazione e titolare dell’organizzazione produttiva nella quale l’attività lavorativa si è inserita con carattere di subordinazione.” (leggi la sentenza per esteso)

Con la sentenza in epigrafe, la Suprema Corte si è occupata del tema della gestione dei rapporti di lavoro nei gruppi societari.

Nel caso di specie, il lavoratore era stato assunto dalla Fiat of Australia, società del gruppo Fiat, ma – secondo quanto rilevato dai giudici di merito – la holding Fiat Auto (ora Fiat Group Automobiles) aveva in concreto gestito il rapporto di lavoro del dipendente. La Corte di merito aveva infatti accertato che Fiat Auto aveva determinato il trattamento economico del lavoratore e provveduto ai relativi adeguamenti, aveva definito gli obiettivi da raggiungere da parte del dipendente e si era fatta carico dell’onere contributivo. Inoltre, i giudici di merito avevano accertato che Fiat of Australia si occupava della produzione di trattori e macchine agricole, mentre il ruolo assegnato al dipendente consisteva nella promozione di attività dirette a consentire la ripresa del gruppo in alcuni paesi asiatici e pertanto nella promozione di merce distinta da quella dell’impresa che lo aveva formalmente assunto.

I giudici di merito avevano quindi ritenuto che “la Fiat Auto aveva in concreto gestito l’attività lavorativa del dipendente, sia sotto l’aspetto organizzativo, che gerarchico ed economico, ed aveva usufruito delle relative prestazioni assumendo nei confronti dello stesso la veste di effettivo datore di lavoro, in luogo della società controllata estera che lo aveva formalmente assunto”.

La Corte di Cassazione ha ritenuto corrette le valutazioni dei giudici di merito ed ha ribadito la “concezione realistica di datore di lavoro” secondo cui il datore di lavoro va individuato nel soggetto che effettivamente utilizza la prestazione di lavoro. La Corte ha inoltre posto l’attenzione sull’importanza di un’attenta valutazione da parte dei giudici degli indici utilizzabili per la distinzione tra fisiologia e patologia del fenomeno delle imprese a struttura complessa.

In altri termini, occorre distinguere tra un’integrazione societaria fisiologica, la quale “può costituire il presupposto per una valutazione differenziata che la rilevanza dell'”interesse unitario di gruppo” manifesta rispetto all’adempimento dell’obbligazioni che risultano funzionali alla realizzazione di tale interesse” ed un’integrazione patologica che rifletta un’“ingerenza talmente pervasiva da annullare l’autonomia organizzativa delle singole società operative”, la quale emerge quando l’uso della struttura di gruppo sia puramente strumentale o opportunistico.

Tale distinzione, secondo la Suprema Corte, si può effettuare analizzando le forme di utilizzazione del dipendente e a tal fine possono delinearsi tre ipotesi:

  1. l’ipotesi patologica in cui l’ingerenza della capogruppo sia tale da “determinare una utilizzazione del tutto indistinta e promiscua della forza lavoro all’interno del gruppo”. E’ tale il caso in cui si crei una situazione di “confusione contrattuale”, tale da far constatare l’esistenza di una impresa unitaria, solo apparentemente organizzata in forma di gruppo.
  2. L’ipotesi in cui, in presenza di gruppi genuini, ma fortemente integrati, l’ingerenza della società capogruppo determini “la destinazione della prestazione di lavoro al complesso delle società operative” secondo le forme della prestazione cumulativa o alternativa;
  3. ed infine il caso in cui l’ingerenza riguardi “solo la determinazione generale degli obiettivi strategici delle singole società operative, anche per ciò che riguarda le politiche del personale, ma senza alcuna incidenza sulla concreta gestione del personale e sulla destinazione della prestazione alla società che assume la veste di datore di lavoro”.

L’elemento di novità della sentenza in esame risiede proprio nel focalizzare l’attenzione sul fenomeno societario e sui poteri di direzione e di coordinamento (di cui agli artt. 2497 e ss. cod. civ.) che competono alla società capogruppo: laddove l’ingerenza della capogruppo annulli l’autonomia delle società operative e, pertanto, si tratti un caso di integrazione societaria patologica, sussisterà la fattispecie interpositoria.

Si osservi però che la Corte non approfondisce le conseguenze giuridiche delle ipotesi sopra delineate e si limita ad affermare che, nel caso di specie, l’interesse della Fiat Auto per il dipendente non era solo riflesso del ruolo di coordinamento e di direzione strategica unitaria dalla stessa rivestito nell’ambito dell’assetto strutturale del gruppo, ma determinava un’incidenza concreta nella gestione del rapporto di lavoro. Fiat Auto, dunque, aveva assunto la qualità di datore di lavoro.

Per tali motivi la Corte ha rigettato il ricorso delle società, formulando il principio di diritto sopra riportato.

(Rosalia Sissi Gagliardo – r.gagliardo@lascalaw.com)

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