Limiti alla proposizione dell’opposizione al precetto ex art. 615 cpc

La nuova formulazione dell’art. 615 cpc ha posto il problema di definire l’abito di applicazione dell’istituto ex art. 615 cpc, onde evitare che lo stesso sia sovrapponibile alle ipotesi di sospensione dei titoli di formazione giudiziale, previste per l’opposizione a decreto ingiuntivo (artt. 645 e 649 c.p.c.), per l’impugnazione e la revocazione della sentenza (artt. 283, 351, 373, 401, 431, 447 bis c.p.c.), per l’opposizione di terzo ordinaria (art. 407 c.p.c.) e per l’opposizione all’ordinanza di convalida di licenza o sfratto per finita locazione o per morosità (art. 668 c.p.c.).

Benché il giudice dell’opposizione a precetto abbia il potere di sindacare l’esecutorietà del titolo, secondo la dottrina e la giurisprudenza, detto potere può essere esercitato solo in via “residuale”, ovverossia quando le contestazioni non possono essere avanzate con un mezzo di impugnazione legislativamente previsto.

Solo qualora ricorrano fatti successivi al giudicato, comunque non deducibili in sede di impugnazione del titolo, sarà consentito al giudice dell’opposizione sospendere l’efficacia esecutiva del titolo per fatti posteriori o esterni al titolo, incontrando altrimenti il limite generale ed assoluto del giudicato.

Dunque, il giudice dell’opposizione a precetto può sospendere la provvisoria esecuzione del titolo solo se l’istanza di sospensione è avanzata per motivi diversi da quelli che costituiscono oggetto dell’impugnazione del titolo esecutivo davanti al giudice dell’impugnazione.

Illuminante sul punto una recente sentenza del Tribunale di Campobasso del 28/02/2012 n. 164/2012 secondo la quale: “Nell’opposizione a decreto ingiuntivo si contesta, in sede di cognizione, la sussistenza del credito azionato in via monitoria, mentre con l’opposizione al precetto intimato in virtù dello stesso titolo si può contestare solo il diritto della controparte a procedere ad esecuzione forzata.

Il Giudice dell’esecuzione, nel contesto di un’azione esecutiva avente origine in un titolo di natura giudiziale, non può far luogo al controllo in ordine alla legittimità del titolo stesso basato su questioni dedotte o deducibili nel corso del procedimento dal quale il titolo esecutivo si è formato.

All’uopo, deve invero rilevarsi che il Giudice dell’esecuzione può occuparsi unicamente di eventuali fatti estintivi o modificativi sopravvenuti alla formazione del titolo, ovvero concernenti la interpretazione del medesimo, oltre che dei vizi propri dell’azione esecutiva.

Il principio, esposto nei termini di cui innanzi, deve intendersi, altresì, applicabile in caso di opposizione a precetto intimato sulla base di un decreto ingiuntivo, poiché i fatti estintivi ed impeditivi del credito sopravvenuti alla emanazione del provvedimento monitorio possono essere dall’ingiunto, assoggettato all’esecuzione, dedotti solo nel processo di opposizione all’ingiunzione e non anche in sede esecutiva nel processo di esecuzione ex art. 615 c.p.c.

Le eventuali cause di nullità o di ingiustizia del titolo esecutivo di provenienza giudiziale possono essere fatte valere esclusivamente, salva la residuale ipotesi della inesistenza, con il rimedio dell’opposizione al decreto ingiuntivo.

Nel caso in cui, pertanto, l’esecuzione forzata sia già iniziata, il fatto estintivo od impeditivo del credito azionato non può essere dedotto con l’opposizione ex art. 615 c.p.c., restando devoluta al Giudice dell’opposizione all’esecuzione la cognizione dei soli motivi di illegittimità strettamente attinenti alla procedura esecutiva e, in ogni caso, estranei alle valutazioni di merito della decisione contenuta nel titolo esecutivo”.

Similmente, secondo la Corte d’Appello di Genova (sentenza del 26/07/2006) “qualora l’istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva di un titolo di formazione giudiziale non passato in cosa giudicata venga proposta, stante la riforma realizzata dalla L. 80/2005, in sede di opposizione c.d. a precetto, il giudice di una tale opposizione non potrà compiere valutazioni riservate al giudice chiamato a decidere di un’istanza di inibitoria della sentenza proposta in sede di impugnazione della stessa, ovvero quelle che attengono a contestazioni di merito o processuali che devono essere sollevate nel giudizio d’impugnazione”.

Nel caso particolare di opposizione ex art. 615 c.p.c. con contestuale pendenza del giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo dichiarato esecutivo, la giurisprudenza di legittimità e di merito è concorde nel ritenere che: “attraverso l’opposizione all’esecuzione instaurata sulla base di una sentenza o di un provvedimento giudiziale esecutivo, non possono essere fatti valere motivi di merito inerenti a fatti anteriori alla formazione della sentenza o del provvedimento giudiziale esecutivo e l’eventuale contemporanea pendenza del giudizio cognitivo impone che ogni vizio di formazione del provvedimento sia fatto valere in quella sede, ed esclude la possibilità che il giudice dell’opposizione sia chiamato a conoscere degli stessi vizi già dedotti o che avrebbero potuto essere dedotti davanti al giudice della cognizione. In questi casi, il giudicato eventualmente già formatosi, ovvero la pendenza del giudizio cognitivo nel corso del quale il titolo si è formato, impediscono di dedurre censure di merito o già assorbite da quel giudicato, ovvero tuttora oggetto di accertamento da parte del giudice della cognizione e consentono di dedurre, quali unici motivi di opposizione, fatti modificativi od estintivi verificatisi successivamente al formarsi del titolo” (tra le tante sentenze si cita: Cass. 19.12.2006 n. 27159; Cass. 19.6.2001 n. 8331; Cass. 20.9.2000 n. 12664 e Tribunale di Bologna, sez Distaccata di Imola sent. n. 13/2009).

(Diana Cecilia Rampon – d.rampon@lascalaw.com)

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