Lesione di un diritto costituzionalmente garantito: per il risarcimento non serve la prova del danno

In caso di lesione di diritti costituzionali non è necessaria la prova del danno: è quanto ha affermato la Suprema Corte con l’ordinanza n. 20445/17. La prova della lesione è sufficiente a giustificare il risarcimento del danno.

Il caso di specie ha riguardato una controversia inerente immissioni di polveri, vapori e fumi a danno di un privato la cui abitazione si trovava al piano superiore di una falegnameria. La proprietaria dell’immobile chiedeva di fronte al Giudice di Pace il ristoro per il pregiudizio subito che veniva infine liquidato in Euro 10.000.

La Corte di Appello di Roma, tuttavia, in accoglimento dell’appello proposto dalla falegnameria riformava la precedente decisione rigettando la domanda risarcitoria. Affermava il Giudice di secondo grado che il danno da immissioni sarebbe risarcibile solo ove ne sia derivata comprovata lesione della salute, non essendo risarcibile la minore godibilità della vita, e che per soddisfare tale prova, l’attrice avrebbe dovuto produrre “idonea documentazione sanitaria”.

La suprema corte, tuttavia, nell’ordinanza in oggetto non condivide quanto deciso dal Giudice di secondo grado e afferma che sia necessario dare “continuità al principio da reputarsi oramai sufficientemente consolidato nella giurisprudenza di questa corte (Cass. Sez. U. 01/02/2017, n. 2611, in relazione alla trattazione anche di una questione di giurisdizione; ma v. anche ad es. Cass. 19/12/2014, n. 26899 e 16/10/2015, n. 20927), secondo il quale il danno non patrimoniale conseguente a immissioni illecite è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico documentato, quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita personale e familiare all’interno di un’abitazione e comunque del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita, trattandosi di diritti costituzionalmente garantiti, la cui tutela è ulteriormente rafforzata dall’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, norma alla quale il giudice interno è tenuto ad uniformarsi (vedi Cass. 16/10/2015, n. 20927)”.

Per tale ragione la Corte di Cassazione accogliendo il ricorso ha cassato la sentenza di di Appello.

Cass., Sez. II, 28 agosto 2017, n. 20445 (leggi la sentenza)

Emanuele Varenna – e.varenna@lascalaw.com

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