Centrale Rischi: l’adempimento dilazionato non è indice di solvibilità

Con ordinanza depositata in data 15 giugno 2018, il Tribunale di Roma ha accolto il reclamo ex art. 669 terdecies c.p.c. proposto da un istituto di credito seguito dallo Studio, avverso l’ordinanza di accoglimento della domanda cautelare, presentata dalla società ricorrente, in ordine all’illegittima segnalazione a sofferenza in Centrale Rischi Banca d’Italia.

Nel caso di specie il giudice aveva ritenuto che la società ricorrente non si trovasse in uno stato di “grave difficoltà economica non transitoria”, non essendo sottoposta a “procedure esecutive”, non avendo la stessa emesso “assegni scoperti” ed anche in considerazione della circostanza per cui la stessa società stava “rispettando il piano di rientro concordato con l’istituto di credito in relazione al debito in discussione”.

La fase cautelare si concludeva, pertanto, con la decisione del Tribunale che riteneva sussistenti i “presupposti per ordinare all’istituto di credito resistente di provvedere all’immediata cancellazione della segnalazione a sofferenza in contestazione” e, per l’effetto, ne ordinava la cancellazione.

In sede di reclamo al Collegio, la reclamante contestava l’ordinanza di concessione della misura cautelare nella parte in cui riteneva integrato il requisito del fumus boni iuris e censurava la valutazione del primo giudice in ordine alla sussistenza del requisito del periculum in mora.

Ebbene, da una sommaria valutazione tipica della fase cautelare, nel caso de quo, il Collegio ha ritenuto non sussistente il requisito del fumus boni iuris ed assorbito l’esame della sussistenza del periculum in mora.

In via preliminare il Collegio, se da un lato ha ritenuto condivisibile la valutazione del primo giudice a mente della quale risulterebbero sufficientemente individuati gli estremi della segnalazione originaria e provata la sua perdurante attualità, dall’altro lato – quanto alla legittimità della segnalazione – ha ritenuto di doversi discostare dalle valutazioni sul punto effettuate dal Tribunale.

La questione oggetto di reclamo concerne, allora, la possibilità di ritenere non più sussistente il presupposto dello stato di insolvenza o la situazione ad esso equiparabile in presenza di un piano di rientro del debito segnalato onorato con regolari adempimenti e, per l’effetto, di ordinare la cessazione della segnalazione a sofferenza.

Sul punto, il Collegio ha osservato come, “se è vero che l’appostazione a sofferenza non può originare automaticamente al verificarsi di singoli specifici eventi quali, ad esempio, uno o più ritardi nel pagamento del debito, deve ritenersi, simmetricamente, che il regolare adempimento del piano di rientro non costituisca, di per sé solo, indice esclusivo del superamento della fase critica che ha condotto alla classificazione a sofferenza e della cessazione dello stato di insolvenza (o della situazione ad esso equiparabile), risultando comunque necessaria quella più ampia valutazione della complessiva situazione finanziaria del cliente”. 

Devono allora essere valutati complessivamente gli elementi allegati dalle parti, al fine di riscontare l’esistenza di un perdurante stato di insolvenza”. Al riguardo, il giudice di seconde cure ha condiviso le deduzioni della reclamante in punto di rilevanza delle pregiudizievoli di conservatoria emergenti dalla visura prodotta, in particolare dell’ipoteca legale insistente sul bene concesso a garanzia del pagamento del mutuo erogato dalla banca.

A mente di ciò non risulta irragionevole concludere per la presenza di evidenti criticità, che non consentono di ritenere del tutto superata la situazione di difficoltà economica in cui versava l’originaria ricorrente al momento in cui si verificavano le inadempienze dalle quali è scaturito il concordato piano di rientro, al di là della mancanza, allo stato di procedure esecutive in corso.

Quanto, poi, al periculum in mora il Tribunale di seconda istanza ha ritenuto il relativo esame assorbito limitandosi a rilevare come, “in effetti, il rifiuto di concessione del leasing riguarda società diversa dalla ricorrente con la conseguenza che non è possibile rilevare un rapporto di causa effetto fra la segnalazione a sofferenza e il detto rifiuto ritenendo così sfumato il pregiudizio grave ed irreparabile lamentato dall’originaria ricorrente.”

Così ragionando, il reclamo è stato accolto e, per l’effetto, in riforma dell’ordinanza reclamata, è stato rigettato il ricorso con condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali di entrambi i gradi di giudizio.

Tribunale di Roma, ordinanza del 15 giugno 2018 (leggi la sentenza)

Maria Grazia Sclapari – m.sclapari@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche

Come per i contratti quadro nell'ambito della intermediazione mobiliare, anche per i contratti banca...

Contratti Bancari

L’annosa questione del risarcimento del danno da illegittima segnalazione a sofferenza presso la C...

Contratti Bancari

Ai fini della verifica dell’usura, per i contratti conclusi ante 2010, vanno esclusi dal calcolo d...

Contratti Bancari