Legittima la procedura di mobilità limitata ai dipendenti di uno stabilimento in cui si producono macchinari fuori mercato

Cass., 31 luglio 2012, Sez. Lav., n. 13705

Massima: Qualora il progetto di ristrutturazione aziendale si riferisca in modo esclusivo ad una singola unità produttiva o ad uno specifico settore dell’azienda, la comparazione dei lavoratori al fine di individuare quelli da avviare alla mobilità non deve necessariamente interessare l’intera azienda, ma può avvenire, secondo una legittima scelta dell’imprenditore ispirata al criterio legale delle esigenze tecnico-produttive, nell’ambito della singola unità produttiva: ne consegue che è legittima la scelta del datore di limitare i licenziamenti allo stabilimento da sopprimere laddove nell’impianto si producono macchinari non richiesti più dal mercato, con una sensibile incidenza dei costi di lavorazione, e la fungibilità dei lavoratori all’interno dell’azienda risulta solo teorica, dal momento che i vari insediamenti distano l’un l’altro almeno duecentocinquanta chilometri. (leggi la sentenza per esteso)

La Corte di Cassazione ha affermato di recente la legittimità della scelta del datore di lavoro di mettere in mobilità solo i lavoratori di un’unità produttiva da cui escono prodotti fuori mercato.

Il caso affrontato trae origine dalla decisione di un’impresa meccanica produttrice di macchinari per paste alimentari di chiudere uno degli stabilimenti aziendali ed avviare una procedura di riduzione del personale. I lavoratori dello stabilimento destinato alla chiusura, unità produttiva in cui si realizzavano prodotti non più richiesti dal mercato, venivano licenziati ed impugnavano il licenziamento loro intimato.

In primo grado, i lavoratori sostenevano che prima del licenziamento la società avrebbe dovuto estendere la procedura di mobilità a tutto il complesso aziendale e verificare se fosse possibile ricorrere a misure alternative ai licenziamenti, eventualmente destinando i lavoratori ad altri stabilimenti.

I lavoratori vincevano in primo grado, ma successivamente la Corte d’Appello riformava la sentenza del tribunale affermando che l’esigenza dell’azienda di ridimensionare l’attività produttiva e di contenere i costi giustificava la scelta imprenditoriale di chiudere lo stabilimento. Peraltro la corte di merito rilevava che la possibilità di estendere la mobilità agli altri stabilimenti era solo teorica, atteso che gli altri stabilimenti erano ubicati in altre regioni e a grande distanza da quello destinato alla chiusura.

I dipendenti ricorrevano allora in Cassazione, ma la Suprema Corte rigettava il loro ricorso.

Con la sentenza in epigrafe, infatti, la Corte ha ritenuto che se il progetto di ristrutturazione aziendale si riferisce esclusivamente “ad una singola unità produttiva o ad uno specifico settore dell’azienda”, l’azienda – per individuare i lavoratori da mettere in mobilità – può scegliere i lavoratori nell’ambito della singola unità produttiva, perché tale scelta “non è il frutto di una determinazione unilaterale del datore di lavoro, ma è obiettivamente giustificata dalle esigenze organizzative che hanno dato luogo alla riduzione del personale”.

Inoltre nel caso di specie, nello stabilimento oggetto di chiusura “si producevano macchinari non richiesti più dal mercatoe la “decisione della chiusura rientrava in un progetto di ridimensionamento concernente il complesso aziendale”. Come la Corte d’Appello, anche la Cassazione ha poi posto in evidenza che “la diversa collocazione geografica delle altre unità produttive rendeva ragionevole la scelta di limitare il licenziamento all’unità che veniva chiusa”.

Ritenendo dunque il licenziamento ed il contenimento della scelta nell’ambito dello stabilimento oggetto di chiusura quale frutto di obiettive e giustificate esigenze organizzative e produttive, la Suprema Corte rigettava il ricorso dei lavoratori.

(Rosalia Gagliardo – r.gagliardo@lascalaw.com)

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