Le valute virtuali nel mirino della V Direttiva Antiriciclaggio

In data 19 aprile 2018, il Parlamento europeo ha approvato il quinto e ultimo aggiornamento alla proposta di Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la Direttiva (UE) 2015/849 relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo (c.d. “V Direttiva antiriciclaggio”).

In particolare, tra le novità, assume un ruolo di primaria importanza il tema delle valute virtuali e i rischi di riciclaggio e finanziamento del terrorismo cui le stesse possono dar luogo. Infatti, “l’anonimato delle valute virtuali ne consente il potenziale uso improprio per scopi criminali” (Considerando n. 9), sicché si rende necessario porre dei correttivi al riguardo.

Il passo avanti apportato dalla V Direttiva è l’introduzione dei prestatori di servizi di portafoglio digitale tra i soggetti destinatari della stessa, precedentemente esclusi. Tuttavia, è d’obbligo segnalare che il legislatore italiano, con il D.Lgs. 25 maggio 2017, n. 90, di recepimento della IV Direttiva antiriciclaggio, aveva incluso tra i soggetti obbligati “i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale”, anticipando, di fatto, l’orientamento del legislatore comunitario.

In particolare, nel Provvedimento europeo viene precisato che i prestatori di servizi la cui attività consiste nella fornitura di servizi di cambio tra valute virtuali e valute aventi corso legale (vale a dire le monete e le banconote considerate a corso legale e la moneta elettronica di un paese, accettate quale mezzo di scambio nel paese emittente) e i prestatori di servizi di portafoglio digitale, non sono soggetti all’obbligo dell’Unione di individuare le attività sospette.

Pertanto, i gruppi terroristici possono essere in grado di trasferire denaro verso il sistema finanziario dell’Unione o all’interno delle reti delle valute virtuali dissimulando i trasferimenti o beneficiando di un certo livello di anonimato su queste piattaforme.

In virtù di quanto sopra, risulta di fondamentale importanza ampliare l’ambito di applicazione della direttiva (UE) 2015/849 in modo da includere i prestatori di servizi la cui attività consiste nella fornitura di servizi di cambio tra valute virtuali e valute legali e i prestatori di servizi di portafoglio digitale. Ai fini dell’antiriciclaggio e del contrasto del finanziamento del terrorismo (AML/CFT), le Autorità competenti dovrebbero essere in grado di monitorare, attraverso i soggetti obbligati, l’uso delle valute virtuali. Tale monitoraggio consentirebbe un approccio equilibrato e proporzionale, salvaguardando i progressi tecnici e l’elevato livello di trasparenza raggiunto in materia di finanziamenti alternativi e imprenditorialità sociale (Considerando n. 8).

Tuttavia, è bene evidenziare come l’inclusione di tali prestatori di servizi non risolve completamente il problema dell’anonimato delle operazioni in valuta virtuale: infatti, poiché gli utenti possono effettuare operazioni anche senza ricorrere a tali prestatori, gran parte dell’ambiente delle valute virtuali rimarrà caratterizzato dall’anonimato. Per contrastare i rischi legati all’anonimato, le Unità nazionali di Informazione Finanziaria (“FIU”) dovrebbero poter ottenere informazioni che consentano loro di associare gli indirizzi della valuta virtuale all’identità del proprietario di tale valuta. Occorre, inoltre, esaminare ulteriormente la possibilità di consentire agli utenti di presentare, su base volontaria, un’autodichiarazione alle Autorità designate (Considerando n. 9).

Tra le novità introdotte dalla V Direttiva anche la definizione di valute virtuali e prestatore di servizi di portafoglio digitale. In particolare, con il primo concetto si intende “una rappresentazione di valore digitale che non è emessa o garantita da una banca centrale o da un ente pubblico, non è necessariamente legata a una valuta legalmente istituita, non possiede lo status giuridico di valuta o moneta, ma è accettata da persone fisiche e giuridiche come mezzo di scambio e può essere trasferita, memorizzata e scambiata elettronicamente” (art. 1, par. 1, numero 2), lettera d)).

Per prestatore di servizi di portafoglio digitale, invece, si intende “un soggetto che fornisce servizi di salvaguardia di chiavi crittografiche private per conto dei propri clienti, al fine di detenere, memorizzare e trasferire valute virtuali“” (art. 1, par. 1, numero 2), lettera d)).

Claudio Saba – c.saba@lascalaw.com

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