Le sanzioni previste dalla legge Fornero non si applicano ai giudizi di impugnativa di licenziamento ancora pendenti alla data della sua entrata in vigore

Cass., 22 aprile 2014, sentenza 9098 (leggi la sentenza per esteso)

Se il giudizio che ha per oggetto l’impugnativa di licenziamento è pendente alla data di entrata in vigore della “legge Fornero” (18.07.2012), la medesima non si applica; la controversia sarà quindi decisa secondo il previgente art. 18 legge n. 300/70.

Questo il principio di diritto esposto dalla Corte di Cassazione – Sez. Lav. con sentenza 9098 depositata il 22 aprile 2014.

La Corte, ponendosi in linea di continuità con la precedente pronuncia n. 10550/2013, ha ritenuto che l’art. 1 comma 42, della legge 28 giugno 2012 (c.d. legge Fornero), che ha novellato il testo dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, non trova applicazione relativamente alle fattispecie di licenziamento oggetto dei giudizi pendenti, in qualsiasi stato e grado, alla data della sua entrata in vigore.

Il giudice di legittimità muove dal riconoscimento che con la legge Fornero si sia introdotto un nuovo sistema che prevede “distinti regimi di tutela a seconda delle ragioni comportanti l’illegittimità del licenziamento, con un’evidente incisiva ricaduta sul sistema delle allegazioni e delle prove, non essendosi la novella limitata ad una modifica della sanzione irrogabile, ma avendola ricollegata ad una molteplicità di ipotesi di condotte giuridicamente rilevanti, fra loro diverse, ed alle quali vengono connesse tutele fra loro profondamente differenti”.

Sostanzialmente la legge 92/12 ha introdotto un sistema unico che non incide solo sull’apparato sanzionatorio, ma impone un approccio diverso alla qualificazione giuridica dei fatti, incompatibile con una sua immediata applicazione ai processi in corso.

La conclusione non è di scarso rilievo se si pensa che in base al comma 7, secondo e terzo periodo, del nuovo art. 18 (come modificato dalla legge 92/12), nel caso di licenziamento illegittimo per mancanza di giustificato motivo oggettivo (c.d. licenziamento per motivi economici), intimato dal datore di lavoro che occupa più di 15 dipendenti, non trova più applicazione la reintegrazione nel posto di lavoro, bensì il giudice applica la disciplina di cui al comma 5, ovvero riconosce un’indennità determinata tra un minimo di 12 e un massimo di 24 mensilità dell’ultima retribuzione globale.

29 aprile 2014

(Edoardo Natale – e.natale@lascalaw.com )

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