Aspettative di ripresa e revocatoria fallimentare: il limbo delle buone intenzioni

In tema di revocatoria fallimentare di rimesse bancarie, ai fini della sussistenza della scientia decoctionis, non rilevano le aspettative di ripresa e le ottimistiche previsioni svolte dal debitore, ma il dato oggettivo della sua incapacità a soddisfare con regolarità le proprie obbligazioni.

Con la sentenza in commento la Corte di Cassazione ha ritenuto fondato il ricorso in Cassazione proposto dal Curatore avverso la sentenza della Corte di Appello di Palermo che aveva rigettato la domanda revocatoria promossa dalla procedura contro una Banca al fine di sentir dichiarare inefficaci due rimesse effettuate dalla società fallita durante il periodo sospetto.

La sentenza risulta interessante in quanto prende in considerazione la potenziale rilevanza, ai fini della dimostrazione della scientia decotionis nell’ambito dell’azione revocatoria ex art. 67. Co. 2, l.f., delle buone intenzioni e delle rassicurazioni che il debitore abbia fatto al creditore riguardo alle proprie capacità di adempiere.

In primo luogo, i giudici di legittimità ribadiscono che, in tema di prova per presunzioni, il procedimento che occorre seguire ai fini della valutazione degli indizi si articola in un duplice apprezzamento. Da un lato, è necessaria la valutazione analitica di ciascuno degli elementi indiziari, in modo da eliminare quelli intrinsecamente privi di rilevanza e conservare quelli che, presi singolarmente, rivestono i caratteri della precisione e gravità. D’altro lato, occorre procedere ad una valutazione complessiva di tutti gli elementi presuntivi isolati, al fine di accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida prova presuntiva.

Alla stregua di suddetto procedimento, è viziata da errore di diritto e censurabile in sede di legittimità una decisione di merito in cui il Giudice si limiti a negare valore indiziario agli elementi acquisiti in giudizio senza accertare se gli stessi, anche se sforniti singolarmente di valenza indiziaria, non siano in grado di acquisirla ove valutati insieme nel loro complesso.

I Giudici rilevano, poi, che nella sentenza contro la quale è stato promosso il ricorso per cassazione la Corte di merito aveva omesso di procedere ad un apprezzamento complessivo degli elementi acquisiti agli atti, limitandosi a criticare punto per punto le valutazioni svolte dal giudice di primo grado, nonché, nell’esame dei singoli indizi, aveva attribuito agli stessi un significato irrazionale e contrario al senso comune.

In particolare la Corte critica l’atteggiamento dei Giudici di merito nella parte in cui hanno affermato che gli elementi acquisiti agli atti potevano anche essere valutati come sintomo di crisi, ma che tale situazione era accompagnata dalla volontà e dall’impegno del debitore di far fronte ai propri obblighi nei confronti dei creditori e, quindi, dalla sussistenza della relativa capacità di adempiere.

Il tutto come se hai fini della configurabilità della scientia decoctionis assumesse rilievo l’affidamento riposto dal terzo in ordine ai buoni propositi ed alle assicurazioni fornite dal debitore, piuttosto che la possibilità di rendersi oggettivamente conto della capacità del debitore di far fronte regolarmente alle sue obbligazioni.

I Giudici, dunque, hanno errato poiché hanno valorizzato, nella valutazione degli indizi dello stato d’insolvenza, l’atteggiamento soggettivo del debitore a scapito di quello del creditore, ponendosi in tal modo in contrasto con lo stesso oggetto dell’accertamento richiesto dall’art. 67, co. 2, l.f., consistente nella consapevolezza da parte del terzo dello stato di dissesto in cui versava il fallito all’epoca del compimento dell’atto impugnato.

Cass., Sez. I Civ., 2 novembre 2017, n. 26061

Luca Scaccaglia – l.scaccaglia@lascalaw.com

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