Le istruzioni di Banca d’Italia non sono mere circolari

Con sentenza pubblicata in data 12/10/2017, il Tribunale di Milano, conformandosi al proprio granitico orientamento, ha trovato modo di riepilogare natura, funzione e portata delle istruzioni di Banca d’Italia.

Tanto ha fatto in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, nel quale gli attori contestavano la legittimità di una serie di addebiti operati dalla banca in costanza di rapporto di conto corrente e conto anticipi.

Preliminarmente, l’opposizione aveva a fondamento la diversità dell’importo oggetto del decreto ingiuntivo opposto rispetto al credito, inferiore, ammesso allo stato passivo del Fallimento della società garantita dagli opponenti con tanto di domanda di sospensione del presente giudizio ai sensi dell’art. 295 c.p.c. sino alla definizione della procedura fallimentare relativa alla debitrice principale.

A questo proposito il giudicante, in accoglimento dell’eccezione svolta dalla banca “ricorda che a norma dell’art. 96, ultimo comma, l. fall., il decreto con il quale è reso esecutivo lo stato passivo ha efficacia esclusivamente endoconcorsuale, di tal che il provvedimento di ammissione di minor credito al passivo del fallimento di …..X…. non è opponibile in questa sede dagli attori alla convenuta opposta per espressa previsione di legge”.

In ordine al tema dell’anatocismo, il Tribunale confermava la posizione dell’Ufficio milanese sull’illiceità degli interessi capitalizzati posteriormente alla legge di Stabilità per il 2014 – L. 147/2013 -, riconoscendo, però, che il ricorrente, in sede monitoria, aveva già spontaneamente ridotto il proprio credito epurandolo della voce ritenuta non dovuta. Il contratto di c/c, dell’agosto 2017, prevedeva la clausola, sottoscritta in forma specifica, della pari periodicità della capitalizzazione; nessun’altra criticità si è dunque posta.

Il Tribunale respingeva, poi, tutte le altre doglianze, in particolare, soffermandosi, come detto, sulla valenza delle Istruzioni di Banca d’Italia, rispetto alle quali appare opportuno riprendere quasi per intero le interessanti osservazioni del magistrato.

“La natura e l’efficacia di dette Istruzioni costituiscono questioni controverse. Pur essendo evidente che le Istruzioni della Banca d’Italia non sono comprese nell’elenco delle fonti di cui all’art. 1 delle disposizioni preliminari al codice civile, non è corretto qualificarle nella materia in questione come mere circolari.

In primo luogo è opportuno ricordare che le Istruzioni della B.I. sono una tipologia di atto ben conosciuta nel settore bancario, giacché l’art. 4 TUB prevede in via generale che la Banca d’Italia, quale autorità creditizia, possa impartire istruzioni nei confronti degli intermediari; si pensi, ad es. alle Istruzioni di Vigilanza o a quelle per le segnalazioni in Centrale rischi. Non si tratta, quindi, di atti interni rivolti alla auto-organizzazione di organi ed uffici sottoposti, secondo lo schema tipico delle circolari.

Inoltre esse trovano una collocazione peculiare all’interno dell’architettura della normativa anti-usura. Questa è stata posta, a livello di norme primarie, dalla legge 108/1996, che ha tra l’altro modificato l’art. 644 c.p.: il terzo comma di tale norma prevede ora che la legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari e l’art. 2, comma 4, legge n. 108/1996, precisa che tale limite è stabilito nel tasso medio risultante dall’ultima rilevazione pubblicata sulla G.U., aumentato della metà (tale misura è stata poi modificata dall’art. 8, decreto-legge n. 70/2011, conv. da legge n. 106/2011). Il comma 1 del citato art. 2 attribuisce al Ministro del tesoro la rilevazione trimestrale del tasso effettivo globale medio per ciascuna tipologia di operazione, come classificate annualmente sempre con decreto del Ministro del tesoro, sentita la Banca d’Italia (cfr. comma 2).

Tali decreti annuali, fin dal primo emanato in data 23/9/1996, hanno sempre demandato alla Banca d’Italia la rilevazione dei tassi effettivi globali medi.

Inoltre, i vari i d.m. trimestrali con i quali sono resi pubblici i dati rilevati, all’art. 3 hanno sempre disposto, a partire dal primo d.m. 22/3/1997, che le banche e gli intermediari finanziari, al fine di verificare il rispetto del tasso soglia, si attengono ai criteri di calcolo indicati nelle Istruzioni emanate dalla Banca d’Italia.

È quindi coerente con l’ordinamento bancario e con l’incarico ricevuto dal Ministro del tesoro il fatto che la Banca d’Italia abbia emanato Istruzioni per la rilevazione del TEG, attesa l’ineludibile esigenza di raccogliere dagli intermediari dati tra loro coerenti ed omogenei in modo da poterli raffrontare e conglobare al fine di determinarne il valore medio.

Analogamente, quando, occorre confrontare il TEG applicato da una Banca ad un determinato rapporto con il tasso soglia del periodo, al fine di accertare la natura usuraria o meno del tasso applicato, ricorre la medesima esigenza, logica e metodologica, di omogeneità tra le grandezze da raffrontare. Non avrebbe, infatti, alcuna attendibilità una certa modalità ed un tasso soglia basato su un TEGM calcolato con una modalità differente. Ciò tanto più tenendo conto delle gravi conseguenze, in campo penale e civile, che derivano dal superamento del tasso soglia.

Pertanto, dette Istruzioni in primo luogo rispondono alla elementare, ma ineludibile, esigenza logica e metodologica di avere a disposizione dati omogenei al fine di poterli raffrontare ed hanno altresì natura di norme tecniche previste ed autorizzate dalla disciplina regolamentare, necessarie per l’applicazione di tutta la normativa anti-usura.

In conclusione, quindi, è vero che il giudice non è vincolato al rispetto delle Istruzioni della Banca d’Italia quali fonti di diritto. Ma occorre essere consapevoli che, tenuto conto della complessiva struttura della disciplina antiusura e del peculiare ruolo in essa attribuito a dette Istruzioni, un eventuale calcolo del TEG applicato ad un determinato rapporto bancario effettuato in modo difforme rispetto alle Istruzioni in parola condurrebbe ad un risultato inattendibile e, dunque, in ultima analisi ingiusto.

Evidente è altresì il fatto che il calcolo del TEG operato di volta in volta secondo differenti formule matematiche, oppure computando oneri diversi, pregiudicherebbe seriamente la certezza della normativa di settore e la prevedibilità delle decisioni giudiziarie, con ulteriori conseguenze negative circa la possibilità degli operatori economici di effettuare ponderate e consapevoli scelte contrattuali e di mercato.

Nel merito, la questione del computo nel TEG delle commissioni, remunerazioni e spese collegate all’erogazione del credito – prevista dall’art. 644, quarto comma, c.p. – richiede necessariamente l’esercizio di discrezionalità tecnica per la definizione della relativa formula matematica e a tal fine la scelta operata dalla Banca d’Italia appare congrua e ragionevole, nell’ambito della ricordata discrezionalità. Non si ravvisano dunque gli estremi per disattendere o disapplicare dette Istruzioni“.

La condanna alle spese seguiva la soccombenza degli opponenti.

Tribunale di Milano, sentenza del 12 ottobre 2017

Giorgio Zurru – g.zurru@lascalaw.com

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