Lavori “a regola d’arte”: vanno pagati anche se non previsti

Con la sentenza n. 10891, del 4 maggio 2017, la Corte di Cassazione ha sancito il principio secondo il quale, durante lo svolgimento di un contratto d’appalto, il committente ha il dovere di pagare all’appaltatore tutti quei lavori che quest’ultimo ha svolto per ottenere un risultato “a regola d’arte”, anche se questi non erano previsti dal contratto e non vi sia stato un preventivo avvertimento da parte dell’appaltatore.

Il caso riguarda la controversia insorta tra una ditta di costruzioni e un committente privato in merito al pagamento di alcuni lavori non previsti dal contratto ma svolti dalla prima senza previo avvertimento.

Inquadrando la controversia nel tema dell’appalto la Suprema Corte ha osservato che “la diligenza nell’adempimento, cui è tenuto ogni debitore ai sensi dell’art. 1176 primo comma cod. civ., si connota in modo peculiare per l’appaltatore, assumendo costui un’obbligazione di risultato (e non di mezzi) ed essendo pertanto tenuto a realizzare l’opera a regola d’arte[…]”.

Secondo la Suprema Corte, il committente ha il dovere di impiegare le energie e mezzi normalmente ed obiettivamente necessari in relazione alla natura dell’attività esercitata, al fine non solo di soddisfare l’interesse creditorio ma anche, e soprattutto, ad evitare possibili eventi dannosi. Alla luce di precedenti decisioni di Legittimità è ormai pacifico, infatti, che mediante l’obbligazione di risultato, l’appaltatore, anche laddove si attenga alle previsioni del progetto altrui, può comunque essere ritenuto responsabile per i vizi dell’opera. Egli va esente da responsabilità esclusivamente per le ipotesi in cui il committente, pur reso edotto delle carenze e degli errori, gli richieda di dare egualmente esecuzione al progetto o gli ribadisca le indicazioni. Solo in questi casi risultando l’appaltatore un nudus minister, cioè passivo strumento nelle mani del committente non risponderà per i vizi dell’opera.

L’appaltatore, essendo responsabile nei confronti del committente per i vizi attinenti il risultato finale, ha quindi il dovere di controllare la bontà delle istruzioni impartite dal committente e nel caso apportare le necessarie modifiche così come previsto dall’art 1160 cod. civ.: “Se per l’esecuzione dell’opera a regola d’arte, è necessario apportare variazioni al progetto e le parti non si accordano, spetta al giudice di determinare le variazioni da introdurre e le correlative variazioni del prezzo“.

Partendo da queste osservazioni la Corte ha enunciato il seguente principio di diritto “In tema di appalto, le variazioni di cui all’art. 1660 cod. civ. sono quelle non previste nel progetto, ma rese necessarie dall’esecuzione dell’opera; ove si tratti di variazioni strettamente necessarie alla realizzazione a regola d’arte dell’opera commessa in appalto, deve ritenersi consentito all’appaltatore darvi esecuzione senza preventiva autorizzazione del committente, ma in tal caso, in mancanza di accordo fra le parti, spetta al giudice accertare la detta necessità delle variazioni e determinare il corrispettivo delle relative opere, parametrandolo ai prezzi unitari previsti nel preventivo ovvero ai prezzi di mercato correnti“.

Dal momento che, nel caso di specie, il committente ha mancato di provare di aver esplicitamente comunicato all’appaltatore di attenersi ai lavori previsti dal contratto, il primo sarà obbligato a pagare il secondo per i lavori che ha correttamente svolto per realizzare l’opera “a regola d’arte”.

Cass., Sez. II Civile, 4 maggio 2017, n. 10891 (leggi la sentenza)

Emanuele Varenna e.varenna@lascalaw.com

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