L’applicabilità della responsabilità amministrativa degli enti

La Cassazione, con sentenza n 90079 depositata in data 25 febbraio 2013, ha contribuito a dare maggiore chiarezza dell’applicazione normativa in materia di responsabilità amministrativa degli enti con riguardo a temi di rilevante interesse.

La decisione ha riguardato una vicenda corruttiva che ha visto coinvolti dal un lato il dirigente e alcuni funzionari dell’Agenzia delle Entrate di Milano e dall’altro l’amministratore di una società sottoposta ad accertamento e in contenzioso con l’Amministrazione finanziaria.

Il primo punto di diritto affrontato dalla Suprema Corte riguarda l’infondatezza dell’accertamento dell’Amministrazione, origine del debito di imposta evasa poi oggetto dell’accordo corruttivo.

In effetti, dopo che le indagini avevano dimostrato il concerto criminoso teso a consentire la definizione volontaria ad un costo più favorevole per il privato, una relazione dello stesso Ufficio finanziario concludeva che l’accertamento in questione “avrebbe dovuto (potuto) essere annullato in autotutela”. In sostanza, un vero e proprio errore dell’Ufficio.
Tuttavia l’intera trattativa illecita, nel corso del suo svolgimento, dava per certa la pretesa fiscale, sulla base di precedenti decisioni dei giudici tributari che avevano stabilito, in quel senso, vertenze analoghe riguardanti la stessa società. Tanto che l’Agenzia aveva rigettato la richiesta del contribuente di annullamemento in autotutela.

Pertanto, secondo la Corte, proprio la consapevolezza, in allora, che fosse inevitabile la soccombenza della società nella vertenza tributaria, aveva comportato l’interessamento illecito dei pubblici ufficiali e la promessa di retribuzione per una scelta più favorevole al contribuente rispetto a quella, fino a quel momento, perseguita.

In ogni caso, l’assenza, per il contribuente corruttore, di un vantaggio economico (stante l’infondatezza della pretesa tributaria, tuttavia in allora ancora non determinata) non può escludere il reato.

La corruzione, infatti, si integra con l’impegno, dietro retribuzione, al compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio, a prescindere dall’effettiva utilità conseguita dal privato.

Per la Cassazione, quindi, la sopravvenuta decadenza della pretesa tributaria è del tutto irrilevante per la sussistenza del reato di corruzione.

 

Il secondo punto di valutazione è la configurabilità, ai fini della sussistenza del reato di corruzione propria, dell’atto contrario ai doveri di ufficio in presenza di un’attività discrezionale della Pubblica Amministrazione.

Sul punto, la Suprema Corte sottolinea che non sempre il maggior vantaggio economico per la Pubblica Amministrazione corrisponde al miglior perseguimento dei fini pubblici. Per l’Amministrazione finanziaria, l’obbligo del  rispetto dei principi di legalità e capacità contributiva impone di individuare il giusto vantaggio economico, dato dalla corretta tassazione, e non la massimizzazione degli introiti a danno del contribuente.
Nel caso di specie, l’impegno del funzionario, a seguito dell’accordo corruttivo, a far adottare un provvedimento diverso da quello che sarebbe stato altrimenti ritenuto corretto, si identifica con la fattispecie prevista e punita dall’art. 319 c.p. in continuità normativa con l’attuale art. 318 c.p. come novellato dalla recente riforma dei reati contro la Pubblica Amministrazione, pur essendo stato previsto l’annullamento della pretesa tributaria successivamente ai fatti di causa.

Terzo punto su cui si sofferma la Suprema Corte è la sussistenza di un rilevante profitto conseguito dalla Società in seguito alla commissione  del reato presupposto ai sensi dell’art. 25, comma 3  del D Lgs. 231/2001.

In realtà, riusciva difficile, a fronte di una pretesa tributaria rivelatasi infondata, ascrivere all’ente responsabile per il reato presupposto, a fronte del versamento all’Amministrazione, pur in un contesto illecito, di congrue somme rivelatesi poi indebite, una contestazione di tal fatta.

Pertanto, la Suprema Corte ha ritenuto insussistente il profitto di rilevante entità, riconoscendo la meno grave ipotesi di cui al secondo comma dell’art. 25 da cui, tra l’altro, non consegue la sanzione del divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione.

(Ornella Carleo – o.carleo@lascalaw.com)

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