L’amico del pirata: cosa vuol dire «comunicazione al pubblico»

Viola il diritto d’autore anche chi pubblica un semplice link ad opera protetta.

Viola il diritto d’autore chi illegittimamente pubblica non l’opera in sé, ma un collegamento ipertestuale (link) ad essa?

All’art. 3 della direttiva c.d. InfoSoc (direttiva 2001/29/CE del 22 maggio 2001) è scritto che chi, senza l’autorizzazione del titolare, compie una «comunicazione al pubblico» di un’opera protetta, viola il diritto d’autore. E allora, la pubblicazione del link rientra nella nozione di «comunicazione al pubblico»?

Nel contributo in questa rivista del 23 gennaio 2017 (qui, a cui si rinvia per la descrizione dei fatti sottesi alla decisione in commento) ho riferito del parere dell’Avvocato Generale Campos Sánchez-Bordona della Corte di Giustizia Europea secondo il quale va considerata come «comunicazione al pubblico» – e come tale passibile di violazione di diritto d’autore –, anche il mero inserimento di link a materiali protetti in una interfaccia utente di un lettore di contenuti in streaming (la questione non è del tutto nuova e per una chiara panoramica del fenomeno in parola suggerisco la lettura di questo breve commento alla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea dell’8 settembre 2016 – Caso C-160/15, in questa rivista).

Secondo l’AG, infatti, incorre in condotta illecita colui che immette in commercio apparecchiature che anche solo facilitano l’accesso a contenuti che terzi pubblicano su un sito internet in violazione del diritto d’autore e diritti connessi.

Conformemente, la Corte nella decisione in commento, ha ritenuto che la pubblicazione del link (sia esso inscritto in un lettore multimediale o sia esso linkabile da un sito web) non deve essere considerato come elemento indispensabile attraverso il quale si consuma l’illecito, bastando che tale pubblicazione faciliti l’accesso fraudolento alle opere dell’ingegno perché si configuri l’illecito contraffattorio.

In tale prospettiva, la nozione di «comunicazione al pubblico», che la Corte ritiene debba essere interpretata in senso ampio, si declina tutta sul significato di pubblico, atteso che per comunicazione s’intende assai semplicemente la messa a disposizione di un’opera al pubblico (anche se poi il pubblico sceglie di non fruire effettivamente dell’opera).

Ebbene, scrivono i giudici lussemburghesi, «la nozione di “pubblico” riguarda un numero indeterminato di destinatari potenziali e comprende, peraltro, un numero di persone piuttosto considerevole (sentenza 7 marzo 2013, ITV Broadcasting et al., C‑607/11, EU:C:2013:147, punto 26; sentenza 13 febbraio 2014, Svensson et al., C‑466/12, EU:C:2014:76, punto 24, nonché sentenza 8 settembre 2016, GS Media, C‑160/15, EU:C:2016:644, punto 37)» (punto 34 della sentenza in commento). Ma cosa significa piuttosto considerevole? Senz’altro oltre la soglia de minimis, ovvero una quantità insignificante di persone. Il che, va detto, non aiuta un granché.

Tuttavia, continua la Corte, è comunicazione al pubblico «qualsiasi trasmissione o ritrasmissione di un’opera al pubblico non presente nel luogo in cui la comunicazione ha origine, su filo o senza filo, inclusa la radiodiffusione» (considerando 23 della direttiva InfoSoc). Quindi, è pubblico ai sensi della direttiva quello non presente nel luogo in cui la comunicazione ha origine; quindi un pubblico indeterminato per definizione. A ciò si aggiunge che «è rilevante non soltanto sapere quante persone abbiano accesso contemporaneamente alla medesima opera, ma altresì quante fra di esse abbiano accesso alla stessa in successione» (punto 44 della decisione). Come nel caso di vendita dei lettori multimediali.

Infine, il pubblico deve essere nuovo, nel senso di pubblico non rientrante in quello che legittimamente ha accesso all’opera e che quindi non è stato preso in considerazione dai titolari del diritto d’autore al momento in cui hanno autorizzato la comunicazione iniziale. Intorno a questo specifico elemento non c’è convergenza di opinioni né lo si ritiene sempre indispensabile (si veda la sentenza nel Caso C-466/12 Nils Svensson et al. / Retriever Sverige AB, con commento in questa rivista; nonché la successiva e già richiamata sentenza dell’8 settembre 2016 – Caso C-160/15, ivi).

Quanto fin qui detto dovrebbe esaurire la definizione legislativa di comunicazione al pubblico, e tuttavia se così fosse colui che pubblica solo un link non avrebbe violato alcun copyright, che invece sarebbe violato solo dal titolare della pagina linkata.

Per aggirare questo ostacolo formale, la Corte di Giustizia è propensa, e qui lo conferma, a completare la definizione di comunicazione al pubblico con altri due elementi: uno oggettivo, ovvero la circostanza per cui la pubblicazione sia stata effettuata allo scopo di trarne profitto (anche dei banner pubblicitari assolvono tale compito, tanto più la vendita di un lettore), e uno soggettivo, ovvero la consapevolezza da parte di chi pubblica il link di facilitare l’accesso a contenuti in violazione dell’altrui diritto d’autore.

Concludendo, alla luce della sentenza in commento, per «comunicazione al pubblico» ai sensi dell’art. 3 della direttiva InfoSoc, nello specifico caso di pubblicazione di link ad opere protette, s’intende: la messa a disposizione di un’opera coperta dal diritto d’autore ad un pubblico nuovo (per tale intendendosi un pubblico diverso da quello a cui il titolare ha rivolto la comunicazione iniziale), costituito da un numero indeterminato e piuttosto considerevole di destinatari (anche solo potenziali) non presenti nel luogo in cui la comunicazione ha origine, allorché chi pubblica il link sia consapevole di facilitare la violazione di copyright altrui e sempreché, tale soggetto, tragga un qualche profitto anche in via indiretta da tale pubblicazione (es.: pubblicazione di banner pubblicitari sulla pagina web ove sono pubblicati i link).

Sentenza della CGUE del 26 aprile 2017, Stichting Brein vs. Jack Frederik Wullems – Case C527/15 (leggi la sentenza)

Francesco Ramponef.rampone@lascalaw.com

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