L’allontanamento senza giustificazione per un breve lasso di tempo dal luogo di lavoro non legittima il licenziamento

Con sentenza n. 3179 del 2013 la Corte di Cassazione  ha stabilito, confermando quanto statuito dalla Corte di Appello di Roma, l’illegittimità del licenziamento disciplinare intimato dall’Azienda Municipali Ambiente al lavoratore, con l’ordine di reintegra e condanna al risarcimento del danno.

La società aveva contestato al dipendente di aver approfittato del permesso accordato per recarsi presso l’Ufficio Infortuni della direzione generale dell’Azienda, per allontanarsi dal luogo di lavoro adducendo una giustificazione rivelatasi infondata.

Sebbene in primo grado la posizione aziendale è stata ritenuta legittima, la Corte di Appello, ribaltando la situazione, ha ritenuto sussistere la violazione del principio di proporzionalità anche alla luce del codice disciplinare.

La Corte territoriale pur riconoscendo infatti che il lavoratore si era assentato senza giustificazione dal luogo di lavoro per circa tre ore, ha affermato che “tale mancanza non integra un inadempimento di gravità tale da giustificare il licenziamento”. L’oggettiva entità della durata della mancata prestazione lavorativa, la mancanza nella lettera di contestazione dell’indicazione dei concreti elementi atti a connotare la condotta del dipendente in termini fraudolenti, la posizione lavorativa del dipendente (impiegato di VI livello), la mancanza di disagi o disfunzioni  nell’ambito dell’organizzazione aziendale, sono stati le argomentazioni che la Corte di Appello di Roma ha individuato per dichiarare “non proporzionato” il licenziamento.

A ricorrere in Cassazione è la società, la quale contesta le valutazioni della Corte territoriale e censura, in particolare, la sentenza nelle parti in cui si afferma che non ci sono elementi atti a connotare la condotta del dipendente come fraudolenza; che il lavoratore non risulta adibito a mansioni che richiedono un particolare grado di affidamento e fiducia, essendo un impiegato di sesto livello; che l’assenza di sole tre ore non ha determinato disfunzioni all’organizzazione aziendale.

La Suprema Corte ha condiviso tuttavia, rigettando le censure mosse dall’azienda, le motivazioni della sentenza della Corte di Appello che avevano evidenziato la “mancanza di proporzionalità tra fatto addebitato e la sanzione” statuendo che “costituisce principio affermato da questa Corte che il giudizio di proporzionalità tra licenziamento disciplinare e addebito contestato è devoluto al giudice di merito, la cui valutazione non è censurabile in sede di legittimità, ove sorretta da motivazione sufficiente e non contraddittoria”. La Corte d’Appello ha infatti legittimamente valutato la gravità dell’inadempimento del lavoratore e l’adeguatezza della sanzione, con apprezzamento in fatto adeguatamente giustificato. Il carattere fraudolento del comportamento del lavoratore non risulta inoltre essere stato contestato al dipendente, né risultano evidenziate circostanze dalle quali desumere detto comportamento.

Afferma altresì la Suprema Corte, che la ricorrente non fornisce, quanto alla posizione lavorativa del dipendente, alcun elemento probatorio che faccia ritenere che le mansioni a cui lo stesso è adibito richiedano un particolare grado di affidamento e fiducia e appare logica l’affermazione della Corte territoriale secondo la quale non è ipotizzabile nessun intralcio all’organizzazione aziendale dal momento che l’assenza è stata dall’azienda accordata.

Infine, neppure un precedente disciplinare, sospensione per 10 giorni dal servizio e dalla retribuzione, inflitto al dipendente per aver trascorso un’ora presso un centro sportivo, è stato ritenuto rilevante per il licenziamento.

La sentenza impugnata resiste dunque a tutte le censure ad essa rivolte e la Corte respinge il ricorso, condannando la ricorrente alla reintegra del lavoratore e alla condanna al risarcimento del danno.

(Cristiana Carestia – c.carestia@lascalaw.com)

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