L’adottato ha il diritto di conoscere le proprie origini anche se la madre biologica è deceduta

Il diritto dell’adottato – nato da una donna che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata ex art. 30, comma 1 d.p.r. n. 396 del 2000 – ad accedere alle informazioni concernenti la propria origine e l’identità della madre biologica sussiste e può essere concretamente esercitato anche se la stessa sia morta e non sia possibile procedere alla verifica della perdurante attualità della scelta di conservare il segreto, non rilevando nella fattispecie il mancato decorso del termine di cento anni dalla formazione del certificato di assistenza al parto o della cartella clinica di cui all’art. 93, commi 2 e 3 del d.lgs. n. 196 del 2003, salvo il trattamento lecito e non lesivo dei diritti di terzi dei dati personali conosciuti”.

Questo è il principio statuito dalla Suprema Corte con la sentenza n. 22838 del 9 novembre 2016.

Con la sentenza n. 278/2013 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 28 co. 7 della legge n. 184/1983 nella parte in cui non ammetteva la possibilità per il Giudice di interpellare, su richiesta del figlio, la madre che abbia dichiarato di non essere nominata ai sensi dell’art. 30, comma 1 d.p.r. n. 396 del 2000 all’atto di nascita, ai fini di un’eventuale revoca della dichiarazione.

La Corte Costituzionale ha, quindi, riconosciuto il diritto dell’adottato di conoscere le proprie origini, in ossequio ad una precedente decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (caso Godelli c. Italia sentenza del 25.9.2012), secondo la quale la legge italiana era troppo orientata verso la tutela della madre a discapito del figlio. L’obiettivo della legge, secondo la Corte Europea, avrebbe dovuto essere quello di garantire un bilanciamento delle diverse esigenze dei soggetti coinvolti. La legge italiana, che non permetteva al figlio adottato di chiedere l’accesso alle informazioni riguardanti le proprie origini o di rendere reversibile il segreto su tali informazioni, violava, quindi, la Convenzione Europea. La madre che inizialmente aveva dichiarato di non voler essere nominata, potrebbe, infatti, aver cambiato idea con il passare del tempo.

Nel caso esaminato dalla Suprema Corte con la sentenza in commento, il Tribunale di Torino aveva respinto la domanda di una figlia di voler conoscere il nome della madre biologica, in quanto nel corso dell’istruttoria del giudizio quest’ultima era deceduta. Secondo il Giudice di merito, infatti, il decesso non poteva essere paragonato alla revoca implicita della volontà di mantenere l’anonimato, tenuto conto anche dell’interesse a tenere nascosta ai familiari superstiti la circostanza dell’abbandono di un figlio alla nascita.

L’impossibilità di equiparare il decesso alla revoca implicita della volontà di mantenere l’anonimato veniva, poi, confermata anche dalla Corte d’Appello di Torino, considerata l’assenza di una previsione legislativa sul punto.

La figlia decideva, quindi, di ricorrere in Cassazione.

La Suprema Corte, richiamando la summenzionata sentenza della Corte Costituzionale, ha statuito che un’interpretazione della norma che consideri l’intervenuta morte della donna quale ostacolo assoluto al riconoscimento del diritto del figlio a conoscere le proprie origini, comporterebbe un’ingiustificata disparità di trattamento tra i figli nati da donne che hanno scelto l’anonimato ma sono decedute e i figli di donne che possono essere interpellate in merito alla reversibilità della loro scelta effettuata in occasione della nascita.

Gli ermellini hanno, però, precisato che tale diritto non può essere esercitato in violazione dei diritti di analoga natura dei terzi interessati. In particolare, si è riconosciuta anche la rilevanza del “diritto all’oblio” e delle eventuali implicazioni sociali che la rivelazione dell’esercizio dell’anonimato alla momento della nascita può determinare.

Questo vale anche nel caso in cui la madre biologica sia deceduta.

Il decesso, infatti, non può comportare il venir meno della protezione dell’identità “sociale” che la madre biologica aveva costruito nel corso della sua vita con riferimento al nucleo familiare e/o relazionale da lei eventualmente costituito dopo l’esercizio del diritto all’anonimato.

La Corte conclude, quindi, affermando che il trattamento delle informazioni relative alle proprie origini deve essere compiuto correttamente, al fine di evitare la produzione di un danno all’immagine, alla reputazione ed ad altri beni di primario rilievo costituzionale di eventuali terzi interessati (discendenti e/o familiari).

Sara Severonis.severoni@lascalaw.com

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